Grazie al commento alle letture di oggi (Rm 8,26-30; Lc 13,22-30) siamo aiutati ad approfondire ancora l’importanza della preghiera e il ruolo misterioso, ma efficacissimo, dello Spirito Santo.
«Preghiera e salvezza
Lettura
Il capitolo 8 è il cuore della sinfonia della Lettera ai Romani. Abbiamo capito finora che lo Spirito che abita in noi sostiene, anima e indirizza la vita del credente, che deve sentirsi figlio amato. Oggi Paolo ci invita a credere che lo Spirito Santo in noi è anche animatore di preghiera.
Meditazione
Chiunque abbia consuetudine con credenti di qualsiasi età, incamminati nella vita spirituale, si sente dire tante volte: “Io non so pregare!”. Spesso io rispondo: “Neanch’io!” lasciando perplesso l’interlocutore. A volte lo si dice per nascondere una pigrizia, altre per manifestare un’ignoranza che si vuole rimanga tale o per autoassolversi in una mancanza; poche volte è una vera invocazione d’aiuto. Ci consola apprendere che anche il grande Apostolo confessi: “non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente”, ma subito aggiunge: “ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio”. Siamo a un passo cruciale e risolutivo. Mi sembra di capire che c’è una preghiera di fondo, incosciente, ininterrotta, perfetta, che lo Spirito Santo fa per noi, in noi, rivolta al Padre, che inizia col Battesimo e termina con la morte. Una preghiera presente in tutti, sempre, dovunque. È una sorta di “tappeto” come si dice in gergo musicale, su cui io, a volte, mi inserisco con la lode, il ringraziamento, la domanda d’aiuto, l’ascolto: quella dello Spirito è la “preghiera in me”, una sorta di respiro che continua anche quando penso ad altro, nel sonno, nel lavoro. Questa, invece, è la “preghiera di me”, il mio tentativo di mettermi in contatto con Dio come un figlio col Padre. La prima è perfetta e prescinde da me; la seconda è imperfetta perché legata al momento, all’umore, alle distrazioni. La prima è lo sguardo del cuore della madre sempre rivolto al figlio; l’altra coincide con le volte in cui il figlio dice “Mamma…” e tenta di parlare a sua madre. La prima è un dono, la seconda è un linguaggio.
Nel vangelo, alla domanda teorica: “Sono pochi quelli che si salvano?”, Gesù contrappone un invito: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta”, che è come dire: “Cercate di salvarvi mettendo in opera quanto è richiesto per il principale motivo per cui siete al mondo!”. La salvezza non può essere presuntuosa, non è un titolo nobiliare o un rapporto di contiguità: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze!”, che è come dire: “In famiglia avevo una vecchia zia che era suora!”. È invece il frutto di una sequela continua, in cui, oltre a sentire le prediche, cerchiamo di mettere in pratica quanto ci viene insegnato.
Preghiera:
Grazie, Padre, della “preghiera in me” di cui ho scoperto l’esistenza: ascolta i gemiti inesprimibili dello Spirito! Aiutami a migliorare “la preghiera di me” in qualità e quantità.
Agire
Mi iscrivo a una “scuola di preghiera”» (AIELLO ARTURO, Preghiera e salvezza, in Messa meditazione 2025, settembre-ottobre, pp. 414-415).
Spero che ognuno mediti bene sul rapporto tra “la preghiera in me” e la “preghiera di me”. È importante notare come è ancora evidenziata la dimensione filiale. Tutto poi deve concretizzarsi nel “frutto di una sequela continua”.