Anche stasera vi spedisco il commento di padre Vanhoye alle letture della s. Messa (Dn 5; Lc 21,12-19). La pagina del Vangelo corrisponde in buona parte al Vangelo di dieci giorni fa (XXXIII domenica anno C).
«Tra la prima lettura e il Vangelo di oggi apparentemente non c`è nessun rapporto: da una parte, abbiamo il racconto di un banchetto regale turbato da un episodio misterioso; dall’altra, la predizione fatta da Gesù di persecuzioni contro i suoi discepoli. Tuttavia, tra i due testi si può scorgere un rapporto di contrasto molto significativo.
Nella prima lettura, osserviamo il trionfo di un personaggio ricco, potente, giunto all’apice del successo umano. Il re Baldassar esercita la sua autorità su un immenso impero e fa organizzare celebrazioni grandiose: “Imbandì un grande banchetto a mille dei suoi dignitari”.
Nel Vangelo, una sorte diversa viene annunciata da Gesù ai suoi discepoli: “Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori […]. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti […]. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome”. Al posto della felicità esultante di un banchetto, qui c’è la misera sorte di chi è perseguitato come un criminale.
Il forte contrasto tra le due situazioni è percepito come qualcosa di scandaloso, perché non si accorda con le esigenze della giustizia. Il re Baldassar, infatti, abusa della sua potenza per commettere atti sacrileghi: comanda che siano portati al banchetto i vasi sacri del tempio di Gerusalemme e li profana, usandoli per bere e ubriacarsi. Così assume il ruolo dell’empio trionfante e insolente che ci viene presentato nel Sal 73,3-12.
Scandalosa è anche la sorte che devono subire i discepoli di Gesù, perché essi non meritano di essere odiati, perseguitati e incarcerati. L’unico motivo che provoca l’ostilità contro di loro e il loro attaccamento alla persona di Gesù, la loro fede in lui. Il Signore lo dice chiaramente: “Vi perseguiteranno […] a causa del mio nome”; “sarete odiati da tutti a causa del mio nome”.
Com’è strano! Come mai la sequela dalla persona più buona e generosa del mondo provoca persecuzione e odio? Questa è una cosa completamente illogica, ma è così. Si tratta, infatti, di una manifestazione del “mistero dell’iniquità” (2 Ts 2,7).
La Sacra Scrittura però non ci fa rimanere turbati dallo scandalo, ma ci rivela che in realtà la situazione dei discepoli perseguitati è di gran lunga preferibile a quella del re trionfante. Il trionfo del re è passeggero, e i suoi godimenti sono superficiali. A livello più profondo, egli si trova in uno stato di completa insicurezza, perché gli manca l`unico appoggio veramente sicuro: la giusta relazione con Dio. L`apparizione, nel sogno, delle dita di una mano d’uomo che scrivono “sull’intonaco della parete del palazzo reale”, più che provocare la sua insicurezza, la rivela. Di colpo il re trionfante si trasforma in un uomo che trema: “I suoi ginocchi battono l’uno contro l’altro”.
Invece, i discepoli che vengono perseguitati a causa della loro fede in Gesù si trovano paradossalmente in una situazione di totale sicurezza. La loro sensibilità può essere sconvolta, ma nel profondo del cuore essi sono tranquilli, in pace. Trascinati davanti ai tribunali, non devono nemmeno preoccuparsi di preparare la loro difesa, perché Gesù promette loro: “Io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere”. Ed effettivamente negli Atti degli Apostoli vediamo che gli avversari di Stefano “non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava” (At 6,10).
I discepoli di Gesù sanno che, perdendo la loro vita per il Signore, la salvano (cf. Mt 16,25 e par.). Niente di loro andrà perduto, come dichiara Gesù: “Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”. Anche se sono abbandonati da tutti, come Paolo nel suo ultimo processo (cf. 2 Tm 4,16), essi hanno dalla loro parte Gesù, che li sostiene e li libera da ogni male, salvandoli per il suo regno eterno (cf. 2 Tm 4,17-18).
Pertanto, la sola cosa importante per noi è vivere in una relazione personale autentica con Gesù. Se viviamo veramente per lui, niente ci potrà nuocere, ma tutto diventerà occasione di progresso e di vittoria. In tutte le prove, infatti, “siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati” (Rm 8,37)» (VANHOYE ALBERT, Il pane quotidiano della Parola, volume III – Tempo ordinario/2, Edizioni AdP, Roma 2015, pp. 306-308).
Siamo invitati a gioire e a impegnarci, avendo ben presente l’unica vera meta da perseguire nella vita terrena, in vista del traguardo finale: la relazione con Gesù. In definitiva in questo consiste la speranza: la certezza che in Lui, con Lui e per Lui nulla ci può nuocere.