Anche stasera vi do un commento al Vangelo di questa domenica. Da pochi anni sto approfondendo la figura di san Giuseppe e ogni giorno ne sono sempre più colpito. Ora vi do un’omelia molto particolare, pronunciata da papa Benedetto dieci mesi dopo le sue dimissioni, quindi per pochissime persone. Questa omelia è stata pubblicata solo da pochi mesi. Forse non ho mai letto un approfondimento così meraviglioso su questo santo. Sono trattati vari temi: il rapporto tra la legge e l’amore, il discernimento e, infine, le caratteristiche umane di questo santo, che ha avuto un incarico davvero unico nella storia della salvezza. È un testo piuttosto lungo e vi auguro di trarne tanto frutto!
San Giuseppe: il giusto che ascolta e agisce
22 dicembre 2013, Cappella privata, Monastero Mater Ecclesiae
IV Domenica di Avvento (Anno A)
Letture: Is 7,10-14; Sal 23; Rm 1,1-7; Mt 1,18-24
«Cari amici,
accanto a Maria, Madre del Signore, e a san Giovanni Battista, oggi la liturgia ci presenta una terza figura, nella quale l’Avvento è quasi persona, una figura che incarna l’Avvento: san Giuseppe. Meditando il testo possiamo, mi sembra, vedere tre elementi, che sono costituitivi per questa visione.
Il primo e decisivo è che san Giuseppe viene chiamato “giusto – sadich”. Questa è per l’Antico Testamento la massima caratterizzazione di uno che vive realmente secondo la Parola di Dio, che vive l’alleanza con Dio. Per capire questo, dobbiamo pensare alla differenza tra Antico e Nuovo Testamento.
L’atto fondamentale di un cristiano è l’incontro con Gesù e, in Gesù, con la Parola di Dio, che è una Persona: Incontrandoci con Gesù, incontriamo la verità, l’amore di Dio, e così la relazione di amicizia diventa amore, cresce la nostra comunione con Dio, siamo realmente credenti e diventiamo santi.
L’atto fondamentale nell’Antico Testamento è diverso, perché Cristo era ancora futuro e quindi al massimo era andare incontro a Cristo, ma non era ancora un vero incontro come tale. La Parola di Dio nell’Antico Testamento ha sostanzialmente la forma della Legge ̶ la Torah. Dio guida, questo è il senso, Dio ci mostra la strada, ed è un cammino di educazione nel quale forma l’uomo secondo Dio e lo rende capace di incontrare Cristo. In tal senso, questa giustizia, questo vivere secondo la Legge è un cammino verso Cristo, un estendersi verso di Lui, ma l’atto fondamentale è l’osservanza della Torah, della Legge, e così essere “giusto”. San Giuseppe è un giusto, esemplare, ma ancora dell’Antico Testamento.
Qui esiste però un pericolo e insieme una promessa, una porta aperta. Il pericolo appare nelle discussioni di Gesù con i farisei e soprattutto nelle lettere di san Paolo. Il pericolo è che, se la Parola di Dio è sostanzialmente Legge, va considerata come una somma di prescrizioni e di divieti, un pacchetto di norme, e l’atteggiamento dovrebbe quindi essere di osservare le norme e così essere corretti. Ma se la religione è così, se è solo questo, non nasce la relazione personale con Dio e l’uomo rimane in se stesso, cerca solo di perfezionarsi, di essere un perfetto. Così, da una parte, nasce l’amarezza ̶ come vediamo nel secondo figlio della parabola del figlio prodigo che, avendo osservato tutto, alla fine è amaro e anche un po’ invidioso del fratello che, come lui pensa, ha avuto la vita in abbondanza (cfr. Lc 15,25-32). Questo è il pericolo: la sola osservanza della Legge diventa impersonale, solo un fare; l’uomo diventa duro e anche amaro, e alla fine non può amare questo Dio, che si presenta solo con norme ed eventualmente anche con minacce.
Questo è il pericolo, la promessa invece è: uno può vedere anche queste prescrizioni non solo come un codice, un pacchetto di norme, ma come espressione della volontà di Dio, nella quale Dio parla con me e io parlo con Lui. Entrando in questa legge, dunque, io entro in dialogo con Dio, imparo il volto di Dio, comincio a vedere Dio e così sono in cammino verso la Parola di Dio in Persona, verso Cristo. E, per un vero giusto come san Giuseppe, è così: per lui la Legge non è semplice osservanza di norme, ma si presenta come una parola di amore, un invito al dialogo; e la vita secondo la Parola di Dio è entrare in questo dialogo, e trovare dietro le norme e nelle norme l’amore di Dio; e capire che tutte queste norme non valgono per se stesse, ma sono regole dell’amore, servono perché l’amore cresca in me.
Così, si capisce che finalmente tutta la Legge è solo amore di Dio e del prossimo. Trovato questo, si è osservata tutta la Legge (cfr. Mc 12,28-34; Mt 22,34-40). Se uno vive in questo dialogo con Dio ̶ un dialogo di amore nel quale cerca il volto di Dio, nel quale si cerca l’amore e si capisce che tutto è dettato dall’amore ̶ è in cammino verso Cristo, è un vero “giusto”. San Giuseppe è un vero giusto: così in lui l’Antico Testamento diventa Nuovo, perché nelle parole cerca Dio, la sua Persona, cerca il suo amore, e tutta l’osservanza della Legge diviene vita nell’amore.
Lo vediamo nell’esempio che ci offre questo Vangelo. San Giuseppe, fidanzato con Maria, scopre che lei aspetta un bambino. Possiamo immaginare la sua delusione: conosceva questa ragazza e la profondità della sua relazione con Dio, la sua bellezza interiore, la straordinaria purezza del suo cuore; ha visto trasparire in tutta questa ragazza l’amore di Dio e l’amore della sua Parola, della sua verità, e adesso si trova gravemente deluso, che cosa fare?
Ecco, la Legge offre due possibilità, nelle quali appaiono le due vie: quella pericolosa, fatale, e quella della promessa. Può fare causa davanti al tribunale e così esporre Maria alla vergogna, distruggerla come persona. Può farlo in modo privato, con una lettera di separazione. E san Giuseppe, vero giusto, anche se molto sofferente, arriva alla decisione di prendere questa strada ̶ che è una strada di amore nella giustizia e di giustizia nell’amore ̶ e san Matteo ci dice che ha lottato con sé, in sé, con la Parola di Dio. In questa lotta, in questo cammino per capire la vera volontà di Dio, ha trovato l’unità tra amore e norma, tra giustizia e amore e, così, in cammino verso Gesù, è pronto, è aperto per l’apparizione dell’angelo, aperto al fatto che Dio gli dà la conoscenza che si tratta di un’opera dello Spirito Santo.
Sant’Ilario di Poitiers, nel IV secolo, una volta, trattando del timore di Dio, ha detto: “Tutto il nostro timore è collocato nell’amore”. Questo è solo un aspetto, una sfumatura dell’amore. Così possiamo dire qui, per noi: tutta la Legge è collocata nell’amore, è espressione dell’amore e va adempiuta entrando nella logica dell’amore.
Dobbiamo tener presente che, anche per noi cristiani, esiste la stessa tentazione, lo stesso pericolo che esisteva nell’Antico Testamento: anche un cristiano può arrivare a un atteggiamento nel quale la religione cristiana è considerata come un pacchetto di norme, di divieti e di norme positive, di prescrizioni. Si può arrivare all’idea che si tratta solo di eseguire prescrizioni impersonali e così perfezionarsi: ma, facendo così, si svuota il fondo personale della Parola di Dio e si arriva a una certa amarezza e durezza del cuore.
Nella storia della Chiesa lo vediamo nel giansenismo. Anche noi tutti conosciamo questo pericolo: personalmente sappiamo che dobbiamo sempre nuovamente superare questo pericolo e trovare la Persona di Dio e, nell’amore della Persona, la strada della vita e la gioia della fede. Essere “giusti” vuol dire trovare questa strada. E così anche noi, in realtà, siamo sempre di nuovo in cammino dall’Antico al Nuovo Testamento, nella ricerca della Persona, del volto di Dio in Cristo. Proprio questo è l’Avvento: uscire dalla pura norma verso l’incontro dell’amore, uscire dall’Antico Testamento, che diventa Nuovo. Questo quindi è il primo e fondamentale elemento della figura di san Giuseppe come appare nel Vangelo di oggi.
Ora, due brevissime parole sul secondo e sul terzo elemento.
Il secondo: egli vede nel sogno l’angelo e ne ascolta il messaggio. Questo suppone una sensibilità interiore per Dio, una capacità di percepire la voce di Dio, un dono di discernimento, che sa discernere tra sogni che sono sogni e quelli che sono un vero incontro con Dio. Solo perché san Giuseppe era già in cammino verso la Persona della Parola, cioè verso il Signore, verso il Salvatore, poteva discernere; Dio poteva parlare con lui e lui ha capito: questo non è sogno, è verità, è l’apparizione del suo angelo. E cosi poteva discernere e decidere.
Anche per noi è importante questa sensibilità verso Dio, questa capacità di percepire che Dio parla con me, e questa capacità di discernimento. Certo, Dio non parla normalmente con noi come ha parlato attraverso l’angelo con Giuseppe, ma ha i suoi modi particolari di parlare anche con noi. Sono gesti di tenerezza di Dio, che dobbiamo percepire per trovare gioia e consolazione, sono parole di invito, di amore; anche di richiesta, magari nell’incontro con persone che soffrono, che hanno bisogno di una mia parola o di un mio gesto concreto, di un fatto: e qui occorre essere sensibili, conoscere la voce di Dio, e capire che, proprio adesso, Dio mi parla e occorre rispondere.
E, così, siamo arrivati al terzo punto: la risposta di san Giuseppe alla parola dell’angelo è prima fede, e poi obbedienza, fatto. Fede: ha capito, questa era realmente la voce di Dio, non era un sogno. La fede diventa fondamento sul quale agire, sul quale vivere: è riconoscere che questa è la voce di Dio, è imperativo dell’amore, che mi guida sulla strada della vita, e poi è fare la volontà di Dio. ‘
San Giuseppe non era un sognatore, anche se il sogno era la porta con cui Dio era entrato nella sua vita, ma un uomo pratico e sobrio, un uomo di decisione, capace di organizzare. Non era facile, penso, trovare a Betlemme ̶ perché non c’era posto nelle case ̶ una stalla come luogo discreto e protetto e, nonostante la povertà, degno per la nascita del Salvatore. Organizzare la fuga in Egitto, trovare ogni giorno da dormire, e poi da vivere per lungo tempo, esigeva un uomo pratico con un senso dell’azione, con la capacità di rispondere alle sfide, di trovare la possibilità di sopravvivere. E poi al ritorno, la decisione di ritornare a Nazaret, di fissare qui la patria del Figlio di Dio: anche questo mostra che era un uomo pratico, che da falegname ha vissuto e reso possibile la vita di ogni giorno.
Così, san Giuseppe ci invita, da una parte, a questo cammino interiore nella Parola di Dio per essere sempre più vicini alla Persona, al Signore; ma, nello stesso tempo, ci invita a una vita sobria, al lavoro, al servizio pratico di ogni giorno per fare il nostro dovere nel grande mosaico della storia.
Ringraziamo Dio per la bella figura di San Giuseppe. Preghiamo: “Signore aiutaci a essere aperti a Te, a trovare sempre più il tuo volto, ad amarti, a scoprire l’amore nella norma, a essere radicati, realizzati nell’amore. Aprici al dono del discernimento, alla capacità di ascoltare Te e alla sobrietà di vivere secondo la tua volontà e nella nostra vocazione”. Amen!» (BENEDETTO XVI, Il Signore ci tiene per mano». Omelie inedite 2005-2017. Avvento, Quaresima, Pasqua Libreria Editrice Vaticana 2025, pp. 52-58).