Pensiero serale 18-10-2025

Stasera vi porgo il commento di don Fabio alla Prima lettura e al Vangelo della s. Messa di questa domenica (Es 17,8-13; Lc 18,1-8).

«La prima lettura di questa domenica racconta una battaglia dell’esercito di Israele che si svolge in pianura mentre Mosè prega sulla montagna. Se Mosè solleva le braccia in preghiera Israele vince, ma se le sue braccia cadono Israele inizia a perdere.
Potremmo pensare che la preghiera si svolge sulla “montagna”, mentre la vita si gioca in “pianura”. Impegnati nei conflitti della vita, il rapporto con Dio sembra lontano, remoto, inutile. Abbiamo altro a cui pensare.
Alle persone di preghiera, come le consacrate nei monasteri, vengono spesso rivolte domande del tipo: “Perché state qui invece di fare cose utili nel mondo?”. Quanta ignoranza. Se non ci fossero persone come quelle sorelle che pregano, la Chiesa sarebbe solo una Ong in più – come notava Papa Francesco anni or sono (Udienza del 23/ 10/ 13).
Ogni atto visibile ha un suo cuore invisibile. Se il mio ministero è proclamare il Vangelo, ho bisogno di varie cose nascoste fra le quali una Chiesa fatta di persone che pregano per me, che rendano la mia evangelizzazione il frutto di una comunione fra il visibile e l’invisibile, fra la preghiera e le opere, fra Dio e l’uomo, fra uno che parla di cose che condivide con fratelli e sorelle che incarnano quel che costui annuncia.
Senza preghiera gli atti cristiani non hanno profondità.
Come se una coppia di sposi possa vivere la vita quotidiana e la sua prassi senza il segreto dell’intimità, senza una “clausura”, che è il loro dialogo, il loro unirsi, il loro accogliersi. Se trascureranno il segreto, perderanno tutto il resto.
Ma nell’intimità non si persevera, se si perde il senso di quel che c’è in ballo. La vedova della parabola del Vangelo ha una domanda che la rende tenace: “Fammi giustizia contro il mio avversario!”.
Questa donna sa due cose: che le spetta qualcosa e che ha un avversario.
La preghiera resta viva se ci si ricorda che ci spetta di vivere una vita autentica, di avere lo Spirito Santo, se non dimentichiamo di essere nati per avere amore nel cuore e fare qualcosa di valido.
Nella notte della GMG del 2000 san Giovanni Paolo II continuò a ripetere la frase: “Voi non vi rassegnerete”. Non rassegnarsi. Non cedere al banale.
Infatti abbiamo un nemico: la mediocrità, il tirare a campare. L’abitudine al non-amore.
La storia del giudice pigro e della vedova persistente è la storia della nostra lotta interiore. Siamo poveri e vulnerabili come quella vedova, ma uno spirito nobile dentro di noi sa che la nostra esistenza non è un errore, che c’è tanto di importante in noi. Ma abbiamo anche uno spirito superficiale, un giudice iniquo che vuole solo tirare a campare. In noi c’è battaglia fra il profondo e il superficiale. Fra il nobile e il banale.
Si prega per non smarrire la nostra grandezza.
Alla fine Gesù chiede: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”.
Il Figlio dell’uomo viene a visitarci spesso, con grazie e tribolazioni.
Quando viene trova la fede in noi se non cediamo al nostro vero nemico, la mediocrità. Ci spetta ben altro» (ROSINI FABIO, Di Pasqua in Pasqua. Commenti al Vangelo domenicale dell’anno liturgico C, San Paolo, Cinisello Balsamo 2024, pp. 194-196).

Siamo esortati a riflettere sulla scelta tra banalità, mediocrità e superficialità da un lato e vera grandezza e profondità dall’altro. Molti purtroppo, spesso per ignoranza e appunto per una terribile superficialità, nutrono una serie di pregiudizi contro la vita monastica (o di clausura). Perciò ho apprezzato molto il riferimento di don Fabio sia alle nostre sorelle contemplative sia alla vita familiare. Penso che ognuno debba dedicare tanta riflessione a questi temi e magari fare un’esperienza di preghiera per alcuni giorni nella foresteria di qualche monastero di clausura. Io in questi luoghi ho vissuto momenti di preghiera davvero luminosi e ricchi di pace e ho conosciuto persone realmente splendide.