Pensiero serale 16-10-2026

Vi spedisco ancora il commento al Vangelo della s. Messa di oggi (Lc 12,1-7).

Lectio Divina

«Guardatevi dal lievito dei farisei

Lettura
La liturgia odierna ci introduce nel capitolo 12 del Vangelo di Luca. Si tratta di un lungo capitolo, anche questo, che leggeremo per intero e su cui mediteremo nei prossimi giorni. Gesù ha appena terminato il pranzo a cui ha partecipato e nel corso del quale ha rivolto alcune dure invettive ai farisei. Ora esce e una grande folla è attorno a Lui. Con maggiore serenità si rivolge ai suoi discepoli e continua a dare indicazioni per la vita, per una vera vita nel Signore. Il discepolo per essere tale deve donare tutto se stesso a Dio, altrimenti la fede si tramuta in religiosità sterile. Egli chiede a ciascuno di noi di riporre in Lui tutta la nostra fiducia: solo così potremo essere felici.

Meditazione
Vediamo oggi Gesù circondato – come dice l’evangelista Luca – da “migliaia di persone, al punto che si calpestavano a vicenda”. E subito vengono in mente quegli speciali eventi ecclesiali in occasione dei quali vediamo folle numerose assistere, per esempio, a incontri di grande significato e impatto sul piano della comunicazione, o alle stesse liturgie papali, o ad avvenimenti straordinari che coinvolgono i giovani o gruppi di specifiche appartenenze, in cui si fa a gara per “assicurarsi un posto” e poter partecipare in tutta comodità. Proprio in un contesto del genere, Gesù oggi ci invita a stare in guardia: “Guardatevi dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia”. Oggi dunque, sollecitati dall’invito di Gesù, meditiamo su questo pericolo che si può sempre intrufolare nel nostro cuore: cioè quel fare le cose non solo e non tanto per ricavarne un beneficio spirituale che ci faccia crescere nella fede, ma per farci vedere, per sentirci gratificati dal consenso, o dai complimenti che qualcuno ci fa e che accarezzano il nostro amor proprio, come: “Che bella messa!”, “Che bell’incontro”, “Che bella omelia!”. Gesù, che conosce bene il nostro cuore, ci dice di stare in guardia da tutto questo, anche perché tutto poi, alla fine, viene alla luce. Non ci vuole molto ad accorgersi del fatto che talvolta facciamo le cose per avere consensi, apprezzamenti, lodi, e non per rivolgere in verità a Dio il nostro sguardo e le nostre preghiere. Il Signore ci invita a non temere “quelli che possono perfino uccidere il corpo”, ma non possono separarci dall’amore del Signore, se il nostro amore è vero e sincero. Il brano evangelico si chiude con l’invito di Gesù a non avere paura, e usa un esempio carico di tanta tenerezza: “Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati”.

Preghiera:
Signore, grazie perché oggi ci hai ricordato che noi, davanti al cuore di Dio, tuo e nostro Padre, valiamo “ben più di molti passeri”. Donaci una fede più vera e perciò più coraggiosa, più ardita, nel proclamare davanti al mondo la grandezza del tuo amore.

Agire:
Nella mia preghiera farò un atto di completo abbandono a Dio, aprendogli tutto il mio cuore affinché Egli mi mostri il lievito che lo appesantisce e l’ipocrisia che lo imbruttisce» (MANSI LUIGI, Guardatevi dal lievito dei farisei, in Messa meditazione 2026, settembre-ottobre, pp. 334-335).

Mi colpisce il fatto che nel brano del Vangelo di oggi in poche frasi si susseguono varie volte espressioni come “temere” e “aver paura”. Io penso che sia importante collegarci con un pensiero presente nella Prima Lettura: siamo predestinati a essere lode della gloria di Dio (cfr. Ef 1,11-12). Se mi rendo conto dell’importanza della predestinazione, capisco pure cosa è davvero temibile. “Predestinazione” non è il contrario della libertà, ma ci ricorda che siamo creati liberi perché possiamo tendere appunto liberamente all’unico scopo per cui siamo stati pensati, predestinati e creati. Ecco alcune frasi di padre Fausti:

«Fallire il proprio fine è la tragica possibilità dell’uomo. […] La paura dell’inferno non deve portare ad avere paura di Dio, ma del male che ce ne allontana. Qui in concreto si dice di temere il giudizio di Dio più di quello degli uomini» (FAUSTI SILVANO, Una comunità legge il Vangelo di Luca, EDB, Bologna 1999, p. 449).

Concretamente io amo mia moglie, i miei figli, i miei amici, se li aiuto a cercare l’unica cosa che conta: vivere uniti a Dio qui, in vista dell’unico scopo della nostra vita: la santità, la salvezza eterna. Perciò al centro della pastorale della Chiesa dovrebbero esserci la formazione della coscienza morale, il recupero del senso del peccato, la conversione e il sacramento della Penitenza: io desidero davvero questo per me e per ogni persona? Collaboro con il parroco perché aiutiamo le persone nel cammino verso la salvezza?