Mercoledì scorso si è svolta la Giornata mondiale del malato. Ieri pomeriggio ho avuto il grande dono di celebrare la s. Messa in una Casa di riposo a poche centinaia di metri dalla mia parrocchia. Hanno donato la loro preziosa collaborazione varie persone, tra cui alcuni miei parrocchiani e persone venute da Pontecagnano. Le voglio ringraziare per la loro generosità. Sappiamo bene che la fede e la preghiera sono molto importanti, ma il vertice della vita cristiana è l’amore e il Vangelo di oggi ce lo ricorda con forza.
Preparandomi per la s. Messa celebrata ieri, ho letto una preghiera predisposta dalla Conferenza Episcopale Italiana, appunto per la Giornata del malato. Ho pensato di spedirvela. In questa preghiera vediamo un collegamento molto profondo tra due passi stupendi del Vangelo: Lc 10,25-37 (la parabola del buon samaritano) e Gv 19,25-27.
«Con Maria, madre della compassione
Ci affidiamo a Maria, la Madre che ai piedi della Croce (cfr Gv 19,25-27) diventa l’icona vivente della Chiesa che vive la compassione.
Nel suo stare accanto al Figlio, Maria rallenta il passo, entrando nella sua solitudine, restando presso la sua croce, tutto custodendo nel suo cuore.
Maria si lascia toccare dal dolore: accoglie la spada che le trafigge l’anima e, in quella ferita, lascia agire l’amore del Crocifisso.
Infine, Maria suscita la prossimità: sotto la Croce nasce la Chiesa, affidata alla reciprocità di un legame – “Donna, ecco tuo figlio… Ecco tua madre” (Gv 19,26-27) – che trasforma il dolore in comunione.
Così la Madre diventa immagine di ogni discepolo e di ogni comunità che, unita a Cristo, porta il dolore dell’altro come luogo di amore e di speranza.
In lei la compassione del Samaritano trova il suo compimento: una Chiesa che non passa oltre, che si lascia toccare, che genera prossimità.
Con lei e come lei, impariamo che l’amore vero non fugge il dolore, ma lo porta – e, portandolo, lo trasfigura in vita nuova».
Due domande importanti.
• Come io mi pongo verso la mia sofferenza?
• Come mi avvicino alla sofferenza dei fratelli?
Temo che chi non sa affrontare il proprio dolore, fugge dinanzi al dolore degli altri. Chi invece sa soffrire e ama, non può non consolare chi piange, partendo dall’esperienza di essere stato consolato dallo Spirito Santo.