Lunedì scorso vi ho parlato delle omelie di papa Benedetto rimaste inedite fino pochi mesi fa. Stasera vi spedisco il suo commento al Vangelo di questa domenica (Mt 5,17-37): si tratta di un’omelia pronunciata 15 anni fa, quindi prima delle sue dimissioni, ma appunto pubblicata solo recentemente.
«Fratelli e sorelle, nell’orazione di oggi abbiamo pregato il Signore perché ci renda degni di essere sua stabile dimora. Dio non abita in edifici di pietra, ma vuole abitare nel cuore dell’uomo, che ha creato a sua immagine. Esaminiamo la nostra coscienza nello specchio di questa parola e preghiamo il Signore di divenire sempre di più stabile dimora per la sua presenza.
Nel Vangelo di oggi, il Signore ci offre una nuova lettura del Decalogo. È ovvio che non abolisce il Decalogo ̶ quanto ha scritto il dito di Dio rimane per sempre ̶ , ma offre nuove dimensioni, nuova profondità, una nuova lettura del Decalogo. In che cosa consiste questa nuova lettura? A prima vista, si potrebbe pensare che sia una radicalizzazione della morale, un rigorismo morale quasi irrealizzabile. Il cristianesimo sarebbe quindi un rigorismo morale. Ma questo non è il vero senso delle parole del Signore. Che cosa vuol dire? Cerchiamo di aprire un po’ gli occhi sul senso profondo del testo, meditando brevemente tre parole chiave che appaiono in questo Vangelo.
La prima parola che vi propongo non appare qui, bensì nel testo parallelo sul divorzio, dove il Signore dice: “Mosè vi ha concesso il divorzio per la vostra “sclerocardían”, cioè a causa della durezza del vostro cuore” (Mt 19,8). Si apre così una prima pista: non si tratta di aggiungere nuovi e più complicati comandamenti, si tratta di rinnovare il cuore. Trasformare il cuore duro in un cuore di figlio o, come dice il profeta Ezechiele, trasformare il cuore di pietra in un cuore di carne, in un cuore di figlio (cfr. Ez 36,26).
Il Signore lo fa dandosi nelle nostre mani; lo fa nei Sacramenti, nel sacramento del Battesimo, nell’Eucaristia; ogni giorno lavora con noi, lavora per trasformare il nostro cuore duro e noi stessi nell’incontro con la Parola di Dio, nella nostra preghiera, nel nostro intrattenerci con Lui. Cerchiamo di accettare di lasciarci plasmare e rinnovare il cuore. Solo così possiamo cambiare il mondo; solo con un cuore rinnovato, che diventa un cuore di figlio, e non di schiavo, possiamo vivere bene.
Nel mondo vediamo il cuore duro, vediamo come si uccidono i bambini nati e quelli non nati, vediamo come l’adulterio è quasi la regola, una cosa normale. Il cuore duro rimane. Il mondo va redento soltanto con il rinnovamento del cuore. Preghiamo quindi il Signore che è venuto per trasformare il cuore, che viene ogni giorno in noi nell’Eucaristia per trasformare il cuore. Preghiamo: “Signore, donaci un cuore di figlio, donaci un cuore di carne invece del cuore di pietra, trasforma il cuore degli uomini nel mondo perché Tu possa trovare dimora nel mondo”.
La seconda parola che vi propongo è dove il Signore dice: “Se la vostra giustizia non supererà quella dei farisei…” Qui è importante la parola greca. Dice: “Se la vostra giustizia non ha più “perísseuma”, se non è più abbondante di quella dei farisei…”. La parola “abbondanza” è una parola chiave di tutto il Nuovo Testamento. Non bisogna calcolare come uno schiavo che fa proprio solo quanto è necessario, ma agire con un cuore umano, mossi da un cuore di fede, di amore, agire mossi dall’amore; e l’amore di per sé è abbondante, questa è la sua essenza: dare l’abbondanza.
Vediamo che fin dall’inizio Dio dà l’abbondanza, cominciando con la creazione di un mondo intero, per avere alla fine questa piccola terra dove abita l’uomo. Dio non dà a noi qualcosa, diventa uno di noi. È veramente un’abbondanza incredibile; per questa povera creatura che l’uomo, Dio non dà qualcosa, dà se stesso, accetta l’avventura di essere uomo, con tutte le sofferenze e tutti i problemi e, infine, patendo la stessa morte di un essere umano.
Dio dà l’abbondanza! Vediamo anche nella moltiplicazione dei pani come dà l’abbondanza, dà molto di più del necessario; vediamo nelle nozze di Cana, dove dà centinaia di litri di vino, Tutto questo è l’immagine del mistero eucaristico, dove Dio che si è fatto uomo per noi dà in abbondanza, da di più, dà sempre di nuovo se stesso. Così, invita anche noi all’abbondanza, non al calcolo ̶ non a domandarci: “Che cosa devo fare ancora per non andare all’inferno?” ̶ ma all’abbondanza, che è semplicemente la legge dell’amore: vivere non nel calcolo ma nell’amore, e così nell’abbondanza vera.
In questo modo, possiamo capire che queste parole del Signore non ci indicano un rigorismo morale, un rigorismo inaccettabile, ma tutt’altro, ci invitano semplicemente all’atteggiamento di figli che non calcolano, che rispondono con amore all’amore. Invece di essere un nuovo peso insopportabile, questa è proprio la liberazione, l’apertura alla libertà dei figli di Dio, alla gioia di essere amati e al sapere che l’amore di Dio è sempre più grande di tutti i nostri peccati.
Il Signore non si aspetta da noi l’autosufficienza, che possiamo fare tutto, ma si aspetta la risposta dell’amore, l’abbondanza, come Lui dà l’abbondanza. Così queste parole, invece di esacerbare la difficoltà del cristianesimo, ci offrono la gioia dell’amore. Non finiamo sotto il giogo di comandamenti irrealizzabili, ma andiamo con amore per l’amore, rispondendo al suo amore che è abbondanza. In questo senso, la nostra abbondanza è libertà, gioia di figli, gioia di essere redenti, gioia di essere sempre nell’amore di Dio.
Infine, la terza parola dice: “Se tu ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, va’ prima a riconciliarti con lui e poi ritorna”. Dio stesso ha fatto questo: si è ricordato che noi eravamo irriconciliati con lui, è uscito, è venuto fino a noi per riconciliarsi con noi, per dare se stesso per la riconciliazione. Così questa terza parola: “Va’ a riconciliarti”, è invito all’umiltà del perdono, alla generosità del perdono.
Il perdono non è semplicemente una parola di perdono, ma è un andare: “Va’ a riconciliarti”, è un processo interiore della nostra vita, dove il peccato e la colpa si trasformano in una novità di vita. “Va’ a riconciliarti”. Abbiamo questo imperativo del Signore di muoverci, di convertirci, di andare sempre di nuovo incontro a Lui e al prossimo; di lasciarci riconciliare, di trasformare così la colpa in una novità di amore, di amicizia.
Possiamo quindi dire che tutto il senso del Vangelo è riassunto nella preghiera di oggi: “Rendici degni di essere tua dimora”. Questo, infine, è il senso del movimento, dell’andare, del cammino cristiano: essere, divenire dimora per Dio. Preghiamo il Signore perché ci apra il cuore, ci doni un cuore nuovo, l’abbondanza dell’amore, l’umiltà del perdono, per divenire realmente sua dimora e, così, presenza del suo Regno nel nostro mondo. Amen!» (BENEDETTO XVI, Omelia, 13-2-2011, in «Dio è la vera realtà». Omelie inedite 2005-2017. Tempo ordinario, Libreria Editrice Vaticana 2025, pp. 77-81).
Voglio sottolineare un solo punto: il legame tra abbondanza, amore e gioia. Siamo agli antipodi di una visione giuridica e minimistica del cristianesimo: atteggiamento tipico di chi si accontenta di non far nulla di male, di chi si basa su poche regole e non si lascia guidare dallo Spirito Santo. Per 11 anni nella mia carissima parrocchia di Battipaglia, almeno in un centinaio di occasioni, avrò messo in guardia le persone da quello che ritengo l’atteggiamento tipico del cristiano “apparente” (o “infelice”: i due termini purtroppo si equivalgono): cioè chi si accontenta di essere il “cattolico del sabato sera”. Non intendo dire che fa male chi va a Messa il sabato sera, ma nel senso che, se amo il Signore, “forse” desidero incontrarlo un po’ più spesso. Se sono affamato di gioia e di amore, non andrò a Messa solo per osservare un precetto. Inoltre, il mio impegno cristiano non finisce il sabato dopo che ho assolto il “dovere” della s. Messa settimanale, ma al contrario, finita la s. Messa, inizia il mio dolcissimo compito di amare i fratelli e di essere al servizio nella mia comunità parrocchiale e nella società, testimoniando in ogni occasione la mia fede.