Stasera vi porgo il commento di don Fabio al brano del Vangelo di questa III domenica di Avvento (Mt 11,2-11).
«La terza domenica di Avvento è quella della gioia. La gioia che il Signore porta è come la pace, diversa da quella del mondo.
Il testo evangelico, infatti, parla della perplessità di Giovanni Battista, che “avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: Sei tu colui che deve venire dobbiamo aspettare un altro?”.
Perché lo domanda? Giovanni attendeva un Messia che avrebbe raccolto “il suo frumento nel granaio” e bruciato “la paglia con un fuoco inestinguibile”. Per lui doveva arrivare colui che avrebbe fatto piazza pulita, finalmente. Giovanni era austero, radicale, serio; Gesù stesso dirà di lui che è il più grande fra i nati di donna. Non c’è uomo migliore di lui.
Ma quel che arriva è uno strano Messia, che dona la vista ai ciechi, guarisce zoppi, sordi e lebbrosi, risuscita i morti e consola i poveri. Giovanni non capisce. Gesù dice proprio per lui: “Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo”.
La parola “scandalo” è onomatopeica, implica lo sbattere contro un ostacolo.
Giovanni troverà gioia, beatitudine, se non si impunterà contro questa cosa, se supererà l’ostacolo. Quale? Quello della sua precomprensione.
La gioia che il Signore regala è diversa da come noi la pensiamo. È liberazione e non scarta niente, non condanna nulla. Si può rimanere delusi. A ben vedere: sembra che per Giovanni l’importante è rimettere tutto a posto, mentre per Gesù quel che conta è salvare ogni cosa.
Questa lezione non la impariamo mai del tutto, è sempre un passo più avanti della nostra mentalità, per quanto aperta sia.
Ci dà tranquillità pensare di poter mettere tutto in ordine, ma la pace vera ha le stigmate e non cancella le tracce del caos, ha imparato a portarne i segni. I cristiani orientali la chiamano “pace pasquale”, viene dalla morte e ha trovato la strada della vita in mezzo all’assurdo.
Se, come dice Gesù alla fine, “il più piccolo nel Regno dei Cieli è più grande di lui”, ossia del più grande dei nati di donna, vuol dire che non basta una bella umanità per avere spessore nel Regno dei Cieli.
Non si ottiene il Regno dei Cieli con la ragione e neppure con il sentimento. L’ingegno è meraviglioso, e l’arte dell’uomo sa essere sublime. Ma il Regno dei Cieli è di più, molto di più di quel che possiamo dare con tutte le nostre risorse, le nostre forze e la nostra creatività.
Non un singolo nato da donna possiede per sua propria qualità il Regno dei Cieli. Perché lo vedono i ciechi, vi entrano gli zoppi, lo odono i sordi e ne beneficiano i lebbrosi; risveglia i morti. È dei poveri.
Non è giustizia, la supera. È amore che riscatta chi ha sbagliato, che raccoglie chi dovrebbe essere buttato via, che viene a cercare chi non serve a niente, perché non ne può fare a meno.
Non un singolo miserabile della terra è secondario per questo amore.
Per entrarci bisogna essere ciechi, zoppi, sordi, lebbrosi, morti e poveri. Come siamo noi, se smettiamo di cercare di essere qualcosa e siamo semplicemente noi stessi: deboli, fragili» (ROSINI FABIO, Di Pasqua in Pasqua. Commenti al Vangelo domenicale dell’anno liturgico A, San Paolo, Cinisello Balsamo 2022, pp. 24-26).
Credo che questo commento ci aiuti a capire meglio il senso, lo scopo della venuta di Gesù. Anche nei rapporti con gli altri è molto importante comprendere il rapporto tra giustizia e misericordia. Forse il rischio più grande sarebbe desiderare da Dio la misericordia e comportarci con gli altri con rigidi criteri di giustizia: “ti tratto come tu hai trattato me”. Oppure: “mi comporto con te, come tu meriti”.