Stasera ho pensato di spedirvi una preghiera scritta da un eremita di cui solo oggi sono venuto a conoscenza. È vissuto circa 13 secoli fa nell’odierno Iraq. Ha trascorso lunghi anni in solitudine. Questa preghiera mi sembra un inno ricco di amore e di luce.
«I miei occhi sono stati bruciati dalla tua bellezza ed è stata divelta davanti a me la terra sulla quale avanzavo; la mia intelligenza è stupita per la meraviglia che è in te e io, ormai, mi riconosco come uno che non è. Una fiamma si è accesa nelle mie ossa e ruscelli sono sgorgati per bagnare l’intera mia carne, perché non si consumi. O fornace purificatrice, nella quale l’Artefice ha mondato la sua creatura! O abito di luce, che ci hai spogliati della nostra volontà perché ce ne rivestissimo, ora, nel fuoco! Signore, lasciami dare ai tuoi figli ciò che è santo, non è ai cani che lo do. Gloria a te! Come sono mirabili i tuoi pensieri! Beati coloro che ti amano, perché risplendono per la tua bellezza e tu dai loro in dono te stesso. Questa è la resurrezione anticipata di coloro che sono morti in Cristo» (Giovanni di Dalyatha, Lettere).