Anche stasera ricorro al prezioso commento di padre Vanhoye, che ci aiuta a riflettere sugli angeli spiegando le letture della s. Messa (Es 23, 20-23; Mt 18,1-5.10).«I testi liturgici ci invitano a riflettere sulla nostra relazione con Dio e a comprendere che le vere relazioni fraterne tra noi si fondano su di essa. La prima lettura – un passo dell’Esodo – parla dell’angelo che il Signore manda davanti al suo popolo come protettore e come guida. Dio dice al suo popolo: “Abbia il rispetto della sua presenza, dà ascolto alla sua voce”. Queste parole suscitano in noi il senso della presenza di Dio. Ma il contesto biblico ci fa capire che questa presenza dell’angelo è il segno che la relazione del popolo con Dio è ancora imperfetta e deve progredire. Dio non può rivelarsi pienamente, non può stabilire il popolo in una relazione immediata con sé, perché il popolo è peccatore, ribelle; perciò si serve della mediazione dell’angelo.Il popolo quindi si trova soltanto all’inizio del lungo cammino che lo condurrà alla Terra promessa, lo condurrà a stare alla presenza diretta di Dio. L’angelo è come un intermediario, che fa camminare il popolo verso Dio e che in un certo senso lo protegge dalla terribile presenza di Dio, finché non sarà in grado di stare davanti alla maestà di Dio.L’angelo ci fa ascoltare la voce di Dio: secondo la Scrittura, la presenza dell’angelo accanto a noi non ha altro scopo che quello di metterci in relazione con Dio. E il Signore ci dice: “Dà ascolto alla sua voce, non ribellarti a lui; egli infatti non perdonerebbe la vostra trasgressione, perché il mio nome è in lui”. Se siamo docili a questa voce interiore, che è la voce stessa di Dio, saremo condotti progressivamente a un’unione profonda con lui: unione che nella Scrittura è simboleggiata dall’ingresso nella Terra promessa, il paese dove scorrono latte e miele e dove Dio prepara per noi tutti i beni della salvezza.Anche il brano evangelico di oggi parla del nostro rapporto con Dio. Gesù ammonisce: “Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli”. Gesù ci indica co- me dobbiamo comportarci con gli altri e ci fa capire che, se vogliamo avere un vero rispetto delle persone, dobbiamo pensare innanzitutto al loro rapporto con Dio. Quando avviciniamo una persona, dobbiamo pensare innanzitutto al fatto che Dio la ama, ha dei progetti su di lei e l’aiuta a corrispondere a tali progetti. Se facciamo così, il nostro atteggiamento verso quella persona diventerà molto più positivo: avremo più pazienza, più comprensione, e soprattutto più amore per lei.Uno dei primi gesuiti, san Pietro Favre, che viaggiava molto e doveva incontrare tanti personaggi autorevoli nella sua lotta contro l’eresia protestante, aveva una grande devozione per gli angeli. Quando si recava in una città per incontrare le persone, pregava l`angelo custode di quella città e di quelle persone, e otteneva grazie stupende. Si metteva alla presenza di Dio, e questa presenza si irradiava da lui sugli altri. Se seguiamo il suo esempio, ogni nostro rapporto con gli altri splenderà davvero della luce del Signore, pur essendo noi così deboli e pieni di difetti. E così, con la grazia di Dio, cammineremo sempre più verso la sua presenza» (VANHOYE ALBERT, Il pane quotidiano della Parola. Volume IV – Solennità e santi, Edizioni AdP, Roma 2015, pp. 113-114).San Giovanni XXIII quando doveva incontrare una persona e prevedeva che il dialogo non sarebbe stato facile, la sera prima pregava i due angeli custodi (il suo e quello dell’interlocutore) e pensava: “Se i due angeli si accordano bene fra loro, il mio incontro avrà un esito migliore!”. Potremmo applicare questo metodo ogni volta che incontriamo difficoltà nei rapporti con qualcuno. Non vi garantisco effetti magici e automatici, ma la preghiera deve stare sempre al primo posto.Della meditazione di padre Vanhoye vi segnalo l’equilibrio armonico tra la dimensione verticale e quella orizzontale: quando ho a che fare con una persona, se penso a come Dio la ama, la segue, la vuole santa…, forse anch’io la tratterò in modo più evangelico e gradito al Signore, magari avendo più comprensione per i difetti che riscontrerò e non mi lascerò dominare solo dalle mie emozioni.Inoltre, è bello notare che padre Vanhoye ripete spesso la parola “presenza”. Credo che sia proprio questo uno degli effetti dell’estroflessione e dell’attivismo da cui sono affette attualmente molte persone: spesso dimentichiamo che Dio è sempre presente. In fin dei conti, solo questo è importante: gioire per la Sua presenza, vivere in una costante, serena vigilanza, essere certi che la Provvidenza è sempre all’opera e che a noi Gesù chiede docilità e fiducia.Infine, vi confido che ho gioito che un cardinale e un teologo del livello di padre Vanhoye non esita a definire il protestantesimo un’eresia. Gioisco molto per il cammino ecumenico, a patto che non dimentichiamo che stiamo dialogando con eretici e dobbiamo pregare e operare per la loro conversione alla vera dottrina, ovviamente sempre con umiltà, dolcezza, delicatezza e vera testimonianza di vita evangelica.