Pensiero serale 23-05-2026

Voglio continuare a darvi le riflessioni donateci da papa Benedetto nella sua bellissima enciclica dedicata alla speranza. Il tema è ancora il Purgatorio, ma in una prospettiva sulla quale forse riflettiamo poco. È vero che è abbastanza diffusa la consuetudine di far celebrare Sante Messe per i defunti (personalmente ho seri dubbi sulle vere motivazioni che spingono i parenti a far celebrare esequie religiose e Sante Messe per “ottave”, trigesimi e anniversari) ma, nel paragrafo che oggi vi spedisco, papa Ratzinger ci dà la possibilità di approfondire questo tema in un modo molto interessante. Credo che pochi saprebbero dire se e quando la Bibbia parla del Purgatorio. Nel testo, che ora leggerete, il Papa ci ricorda un passo biblico proprio su questo tema.

«Un motivo ancora deve essere qui menzionato, perché è importante per la prassi della speranza cristiana. Nell’antico giudaismo esiste pure il pensiero che si possa venire in aiuto ai defunti nella loro condizione intermedia per mezzo della preghiera (cfr per esempio 2 Mac 12,38-45: I secolo a.C.). […]. Alle anime dei defunti […]. può essere dato “ristoro e refrigerio” mediante l’Eucaristia, la preghiera e l’elemosina. Che l’amore possa giungere fin nell’aldilà, che sia possibile un vicendevole dare e ricevere, nel quale rimaniamo legati gli uni agli altri con vincoli di affetto oltre il confine della morte – questa è stata una convinzione fondamentale della cristianità attraverso tutti i secoli e resta anche oggi una confortante esperienza. Chi non proverebbe il bisogno di far giungere ai propri cari già partiti per l’aldilà un segno di bontà, di gratitudine o anche di richiesta di perdono? Ora ci si potrebbe domandare ulteriormente: se il “purgatorio” è semplicemente l’essere purificati mediante il fuoco nell’incontro con il Signore, Giudice e Salvatore, come può allora intervenire una terza persona, anche se particolarmente vicina all’altra? Quando poniamo una simile domanda, dovremmo renderci conto che nessun uomo è una monade chiusa in se stessa. Le nostre esistenze sono in profonda comunione tra loro, mediante molteplici interazioni sono concatenate una con l’altra. Nessuno vive da solo. Nessuno pecca da solo. Nessuno viene salvato da solo. Continuamente entra nella mia vita quella degli altri: in ciò che penso, dico, faccio, opero. E viceversa, la mia vita entra in quella degli altri: nel male come nel bene. Così la mia intercessione per l’altro non è affatto una cosa a lui estranea, una cosa esterna, neppure dopo la morte. Nell’intreccio dell’essere, il mio ringraziamento a lui, la mia preghiera per lui può significare una piccola tappa della sua purificazione. E con ciò non c’è bisogno di convertire il tempo terreno nel tempo di Dio: nella comunione delle anime viene superato il semplice tempo terreno. Non è mai troppo tardi per toccare il cuore dell’altro né è mai inutile. Così si chiarisce ulteriormente un elemento importante del concetto cristiano di speranza. La nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me. Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della speranza? Allora avrò fatto il massimo anche per la mia salvezza personale» (BENEDETTO XVI, Spe Salvi, 48).

Forse le frasi che più mi hanno colpito di questo brano sono proprio le conclusive.

«La nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me».

A questo punto ecco una piccola domanda per un piccolo esame di coscienza. Cosa posso fare, cosa sto facendo per la salvezza degli altri?