Pensiero serale 17-01-2026

Anche questa settimana vi spedisco il commento di padre Cantalamessa alle Letture della domenica (in particolare, Gv 1,29-34).

« “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo”. A ogni Messa sentiamo risuonare per due volte questa espressione: prima nel canto dell’ “Agnus Dei” e poi al momento della Comunione. È importante dunque cercare di capirne una volta l’origine e il significato. C’è tutta una parte di Vangelo che si è coagulata intorno a questo titolo di Cristo e noi dobbiamo scioglierla per comprenderla e nutrircene. Se saremo capaci di farlo, torneremo a casa oggi con un frammento vivo di Vangelo nel cuore. Cosa ci dice di Gesù il titolo di “Agnello di Dio”? Che cosa capivano coloro ai quali Giovanni Battista parlava quel giorno? L’Antico Testamento conosceva due figure di agnello: uno vero e uno simbolico. L’agnello reale era quello che nella notte dell’esodo, per ordine di Dio, fu immolato in Egitto e il cui sangue liberò il popolo dalla schiavitù e lo fece passare alla libertà della terra promessa. In seguito a quel fatto, ogni anno, a Pasqua, il popolo ebraico, famiglia per famiglia, immolava un agnello e poi, durante la notte, lo consumava comunitariamente, in ricordo della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. Era, ed è ancora, per i fratelli ebrei l’equivalente della nostra Eucaristia che infatti da lì ha preso il nome di cena pasquale. L’agnello simbolico o figurativo era “lagnello muto condotto all`uccisione” di cui aveva parlato il profeta Isaia. Fuori metafora, il Servo di Dio “trafitto a causa dei nostri peccati, schiacciato per i nostri crimini, grazie alle cui piaghe noi saremo guariti” (Is 53,5).
Quando i circostanti udirono Giovanni Battista esclamare: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”, compresero che era finalmente apparso nel mondo colui che Dio aveva insegnato ad attendere come il liberatore, il redentore di tutti gli uomini, colui che sta davanti a Dio in rappresentanza di tutti e che espia per tutti. Raccogliendo quel grido, all’inizio del suo Vangelo, l’evangelista Giovanni anticipa e preannuncia il destino finale di Gesù; mette già tutti sotto la croce. A lui morto “non sarà spezzato alcun osso”, perché si adempisse in lui la prescrizione dell’Esodo circa l’agnello pasquale (Gv 19,36).
È importante sapere come Gesù ha “tolto” i peccati del mondo: li ha tolti prendendoli su di sé. Anche quelli di ognuno di noi: “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce”, scriveva l’apostolo Pietro ai primi cristiani (1 Pt 2,24). Se riuscissimo una volta a comprendere il senso di questa frase, forse i nostri occhi non rimarrebbero asciutti e il cuore freddo. È una di quelle parole che spalancano davanti alla mente un abisso.
La parola di Dio ci offre, dunque, una sintesi della nostra fede. Ma ci addita anche una condotta di vita, qualcosa cioè che sollecita la nostra volontà. Da titolo di Cristo, “agnello” diventa un programma di vita per noi, un titolo non solo da capire, ma da imitare. È lui stesso che ce ne indica il modo. “Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi” (Lc 10,3) dice Gesù inviando i discepoli per il mondo. Noi dobbiamo dunque imitare l’Agnello. L’agnello è simbolo di mansuetudine. E tra i pochi animali che non hanno alcun mezzo di difesa o di offesa, sono inermi. Non sono aggressivi, non vogliono far paura a nessuno. Ognuno dovrebbe domandarsi cosa significa per lui o per lei essere un agnello e non un lupo: in casa, sul lavoro, nella società. L’agnello non “offende” nessuno.
Non è un invito alla rassegnazione, a subire passivamente l’ingiustizia e la violenza. Sappiamo con quanta forza Gesù sapeva difendere i diritti della verità, denunciare il male e lottare contro la sopraffazione. Gesù ci invita solamente a farlo con i mezzi usati da lui: opponendo la verità alla menzogna e l’amore all’odio; non odio a odio, violenza a violenza. Al servo che gli diede uno schiaffo durante il processo del sinedrio rispose con calma: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18,23).
Imitare dunque l’Agnello di Dio che è Cristo, ma imitare anche Giovanni Battista che pronuncia queste parole. Cosa ci dice l’esempio del Precursore? Perché Gesù un giorno lo definì “più che un profeta”? Lui non ha annunziato una salvezza futura, negli ultimi giorni”, come fa Isaia nella prima lettura di oggi e come avevano fatto tutti gli antichi profeti. Ha puntato il dito verso una persona in carne e ossa e ha gridato: “Eccolo! È lui!”. Ha additato il Salvatore presente nel mondo. In un’altra occasione grida: “In mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete” (Gv 1,26). Questa è la nuova profezia, la profezia del Nuovo Testamento. Essa consiste nell’aiutare le persone ad accorgersi che Gesù di Nazareth esiste, che è risorto ed è vivo, che c’è per chiunque si rivolge a lui con fede.
Dire questo con la testimonianza personale; spiegando, quando l’occasione si presenta, perché si va a Messa, perché si è tornati alla Chiesa dopo esserne stati lontani per anni, come si è sperimentata la presenza di Gesù in una occasione di grande sofferenza o di gioia: nella morte di una persona cara, o nella nascita di un figlio. La parole, si dice, “muovono”, ma gli esempi e la testimonianza personale “trascinano”.
L’Eucaristia che ora celebriamo raccoglie in unità tutto quanto abbiamo detto fin qui. Ecco perché, al momento della comunione, saluteremo anche oggi Gesù con le parole con cui Giovanni Battista lo presentò quel giorno al mondo: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo”» (CANTALAMESSA RANIERO, La Parola di Cristo. Commenti alle letture bibliche delle domeniche e delle feste dell’anno liturgico A, San Paolo, Cinisello Balsamo 2025, pp. 107-109).

Dinanzi al brano del Vangelo e al denso commento del Padre Cappuccino non possono non sorgere molti interrogativi. Vi invito a meditare bene tutto ciò e preferisco darvi domani vari spunti sui quali possiamo confrontarci.