Continuando a meditare sul Vangelo di questa domenica (anche grazie al ricco commento di padre Cantalamessa), vi segnalo alcuni punti su cui ci possiamo interrogare.
Meditare sulla sofferenza di Gesù mi porta a deprimermi (magari mi avvilisco e mi lamento per l’ingiustizia e la violenza tanto diffusi nel mondo?) o mi spinge a vivere come lui?
La condotta di Gesù, la sua mitezza per esempio, è solo un buon esempio o qualcosa di più?
Se il testimone è colui che dichiara ciò che ha visto e Gesù non lo vediamo (non dimentichiamo Gv 20,29), come possiamo essere testimoni veritieri, credibili?
Dinanzi a tanta violenza (a livello internazionale e locale) è opportuno invitare alla mitezza, di cui padre Cantalamessa parla riflettendo sulla figura dell’Agnello?
In base al collegamento stupendo tra Agnello ed Eucaristia, mi rendo conto della sofferenza che Gesù ha affrontato per lasciarsi letteralmente mangiare da noi? Questo mi porta a cibarmi più spesso dell’Eucaristia e a viverla con più intensità nella vita quotidiana, nel servizio in famiglia, in parrocchia nella società?
Per ben due volte in poche frasi Giovanni dice che non conosceva Gesù (cfr. Gv 1, 31. 33; è interessante anche Gv 1,26). Eppure erano cugini. In un certo senso si erano incontrati addirittura prima della nascita (cfr. Lc 1,41), Giovanni preparò gli Ebrei alla venuta di Gesù. In che senso Giovanni non conosceva Gesù? Mi pare un grande mistero. Certamente per conoscere Gesù occorre lasciarsi illuminare dallo Spirito Santo. Mi colpisce molto meditare su Is 55,8-9 e su Mt 11,3.
Ci sarebbero vari altri aspetti da considerare, ma mi limito a questi.