Pensiero serale 14-10-2025

Oggi il commento di padre Vanhoye è particolarmente ricco e anche… lungo, ma lo ritengo prezioso per la nostra vita. Come sempre, vi esorto a meditare prima bene le letture (Rm 1,16-25; Lc 11,37-41) e solo dopo a passare al commento biblico.

«All’inizio della Lettera ai Romani, Paolo ci rivela l’atteggiamento di chi ha ricevuto una missione: “Io non mi vergogno del Vangelo”. Con queste parole introduce l’argomento che poi esporrà in tutta la Lettera: “Non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima, come del Greco”. L’Apostolo è fiero del Vangelo: questa è la prima condizione perché egli possa compiere la sua missione. Se si vergognasse del Vangelo, non potrebbe proclamarlo; forse lo custodirebbe nel cuore, ma non si rivolgerebbe agli altri per invitarli a credere.
Ci potrebbero essere anche motivi per vergognarsi, e in un’altra Lettera Paolo stesso dice che il linguaggio della croce è “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani” (l Cor 1,23). Pertanto il Vangelo non è un messaggio gradito agli uomini. Per i pagani, è una stoltezza affermare che Gesù è diventato vincitore lasciandosi crocifiggere; e per i Giudei, che attendevano miracoli, l’assenza del miracolo nel momento della morte di Gesù costituisce uno scandalo.
Ma Paolo è consapevole che il Vangelo è potenza di Dio; che Gesù è vincitore; e che la sua vittoria ci viene comunicata ora dalla Parola. “Il Vangelo è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede”, egli dice. Queste sue parole possono sembrare strane: come può una parola essere una potenza? In altri brani l’Apostolo contrappone parola e potenza, e lo stesso facciamo anche noi quando diciamo: “Sono soltanto parole, che lasciano il tempo che trovano; non hanno nessuna efficacia”. Per noi, la parola è priva di potenza. Il Vangelo, invece, è una parola speciale, che possiede in sé tutta la potenza di Dio.
Ma noi, lo crediamo davvero? Spesso consideriamo il Vangelo come una parola esigente che dobbiamo mettere in pratica con le nostre forze. Paolo invece ci dice che la parola del Vangelo è di per sé potente; che deve essere accolta non come un comando, ma come una forza, perché ci trasmette la fede, e tutta la nostra vita si basa sulla fede. La forza allora noi la riceviamo non dalla fiducia in noi stessi, ma dalla fede. Per mezzo di essa ci apriamo alla potenza di Dio e fondiamo la nostra vita sulla grazia, cioè sul dono gratuito di Dio. Le nostre opere vengono dopo la grazia, e anch’esse sono ispirate e animate dalla grazia che ci è stata data.
Paolo proclama la salvezza per mezzo della fede: “In esso [nel Vangelo] infatti si rivela la giustizia di Dio, da fede a fede, come sta scritto: Il giusto per fede vivrà”. Poi l’Apostolo sviluppa questo concetto in forma antitetica. Prima aveva detto che la giustizia di Dio (giustizia che salva) si rivela nel Vangelo per chiunque crede; ora afferma: “L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia”.
Qui Paolo annuncia la tesi che esporrà subito dopo per dimostrare la necessità del Vangelo, che è potenza di Dio. L’umanità si trova in una situazione angosciosa di miseria e di schiavitù; è diventata schiava del peccato ed è meritevole dell’ira di Dio; perciò non ha via di uscita. Ma proprio per questo Dio ha stabilito un altro mezzo di salvezza: non le opere dell’uomo che sono tutte corrotte dal peccato, bensì la fede in Gesù. Da qui viene la missione di Paolo di predicare la fede, e quindi la salvezza per dono gratuito di Dio.
Il Vangelo di oggi non sembra avere punti di contatto con la prima lettura, ma in realtà Gesù presenta lo stesso messaggio: occorre cambiare mentalità, convertirsi. Gesù invita i farisei a passare da una religione di purità esteriore a una religione interiore di misericordia, umiltà e comunione. Il fariseo che lo ha invitato a casa sua si mette subito a giudicarlo perché non si è lavato le mani prima del pasto. Per i farisei queste abluzioni sono importanti, perché sono considerate non tanto come un fatto di igiene, quanto come una garanzia di purità rituale davanti a Dio.
Il fariseo si stupisce, ma Gesù respinge questo concetto di purità esteriore e dichiara che è necessaria la purità interiore: “Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria”. Pulire l’esterno è facile, ma purificare il proprio cuore è impossibile per l’uomo. Perciò ogni uomo deve rinunciare alla pretesa di salvarsi con le proprie opere e mettersi con umiltà davanti a Dio per ricevere da lui la salvezza; nello stesso tempo deve avere misericordia e benevolenza verso i propri fratelli, perché Dio concede la sua grazia soltanto a chi è disposto a essere generoso con gli altri.
Gesù poi fa un’affermazione che non ci aspetteremmo in questo contesto: “Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro ed ecco, per voi tutto sarà puro”. Quando quello che c’è dentro, cioè il cuore dell’uomo, è rinnovato dalla conversione, allora l’uomo diventa buono, generoso, e passa da una religiosità farisaica di separazione a una religione di partecipazione, di dono e di comunione.
Quando ci lasciamo condurre da Dio verso una generosità sempre più grande, diventiamo veramente puri, perché la vera purezza non è data dall’assenza del male, ma dal fuoco dell’amore. Dio è Santo perché è amore, perché comunione e comunicazione. Egli accetta di comunicare anche con il peccatore, per trasformarlo con il suo amore.
Il Signore vuole compiere in noi cose grandi, e le compirà, se noi accoglieremo la sua parola con fede, sapendo che essa è potenza di Dio, che ci libera dalla nostra impotenza» (VANHOYE ALBERT, Il pane quotidiano della Parola, volume III – Tempo ordinario/2, Edizioni AdP, Roma 2015, pp. 203-205).

Sono trattati vari temi importantissimi: il rapporto tra fede e le opere, il ruolo della Grazia, il vero senso della purezza, l’errore dei farisei, la potenza della Parola. Forse la frase che più mi ha colpito riguarda il passaggio dalla “religione di separazione” alla “religione di partecipazione, di dono e di comunione”.