Stasera mi soffermo ancora sul Vangelo di questa domenica (Mt 18,21-35) grazie al commento di padre Cantalamessa.
«La parola di Dio, che Domenica scorsa ci ha condotti a riflettere sul dovere della correzione fraterna, oggi ci propone il grande tema evangelico del perdono. È come se il Signore avesse voluto fare una parafrasi di quella domanda del Padre nostro che dice: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.
Intorno al perdono si misura tutta la radicalità della morale evangelica. Gli ebrei conoscevano anch’essi questo dovere, come abbiamo sentito dalla prima lettura: “Il rancore e l’odio sono un abominio. Perdona l’offesa del tuo prossimo…”. La terribile legge del taglione “Occhio per occhio, dente per dente” dei tempi antichi (Lv 24,19-20) era stata, dunque, superata Ma la casistica aveva irretito anche questa scoperta religiosa. Gesù, perciò, taglia corto con le glosse: “Quante volte perdonare? Chi perdonare?”. Egli risponde in modo radicale: perdonare settanta volte sette, cioè sempre; perdonare ogni uomo, anche il nemico (Mt 5,44), anche chi continua a ripagare il bene con il male (Mt 5,39).
La parabola dei due debitori che Gesù aggiunge non serve a illustrare le modalità e i caratteri di questo perdono, ma solo ad affermarne l’urgenza e la necessità. Tre quadri si susseguono davanti al nostro sguardo. Primo quadro: il padrone e il servo; secondo quadro: il servo e il conservo; terzo quadro: di nuovo, padrone e servo a confronto.
Il padrone ha condonato al servo un debito di diecimila talenti. La cifra è astronomica e serve a mettere in rilievo l’enormità del debito dell’uomo davanti a Dio. Che cosa deve luomo infatti a Dio? Tutto, a cominciare dal suo essere (“Che cos’hai che non hai ricevuto?”). Serve anche a far risaltare l’esiguità del credito che l’uomo può vantare nei confronti di un altro uomo: cento denari, cioè pochi euro. Eppure, Dio perdona, l’uomo no! “Non dovevi anche tu avere pietà del tuo compagno, come io ho avuto pietà di te? E lo consegnò in mano agli aguzzini... Cosi anche il Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello”. Perdonare, dunque, perché Dio ha perdonato a noi e affinché Dio perdoni a noi! Ma questa non è l’unica motivazione. Da sola, anzi, farebbe pensare a una forma di calcolo e di sottile egoismo. Gesù stesso ha dato un’altra motivazione più intima e disinteressata: la misericordia, un sentimento fatto di comprensione, di immedesimazione nel fratello, di solidarietà e di umiltà: “Siate misericordiosi come il Padre vostro celeste è misericordioso” (Lc 6,36). La misericordia ci aiuta a vedere nel fratello, specie quando offende senza motivo, più un infelice che non un cattivo; ci fa tener conto della nostra esperienza (è quando siamo infelici che siamo più amari e aggressivi con gli altri); ci aiuta ad allargare il cuore e a essere magnanimi. Se peccare è umano, come dicevano gli antichi, perdonare è ancora più umano. “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”: ecco un vero pensiero di misericordia. Misericordia è parola composta da due radici: miseria (“misereor”) e cuore (“corde”); essa è, infatti, un “impietosirsi nel cuore”, un sentimento misto di pietà e di compassione che nasce dalla considerazione della miseria della condizione umana. Dio è “buono e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore” per questo stesso motivo: “Perché ̶ dice il salmista ̶ sa di che pasta siamo fatti, si ricorda che siamo polvere e che i giorni dell’uomo sono come il fiore del campo” (Sal 103,8.14 ss.). San Paolo ha applicato questo messaggio evangelico del perdono alle situazioni concrete della vita, specie alla vita domestica: “Rivestitevi ̶ scriveva ̶ di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente se qualcuno abbia di che lamentarsi nei confronti dell’altro” (Col 3,12 ss.). Bisogna insistere molto sull’importanza del perdono nella vita di una famiglia. “Espirare” dai propri polmoni laria ossidata è indispensabile per mantenere sano l’organismo, altrettanto quanto lo è “inspirare” nuova aria ossigenata. Perdonarsi è necessario per mantenere vivo e sano un matrimonio come l’amarsi.
Il perdono, quando è sincero, rinnova, diventa esso stesso fattore di crescita nell’amore. Lo fece osservare Gesù stesso in casa di Simone: Chi amerà di più? Quello cui è stato perdonato di più. Hai giudicato bene! (Lc 7,42 s.). E concluse con una frase che vale un trattato di psicologia: “Quello cui si perdona poco ama poco”.
Molti dicono: io vorrei perdonare, ma non ci riesco. Non riesco a dimenticare; appena vedo la persona, il sangue mi ribolle. A queste persone io dico: non ti preoccupare di quello che senti. E normale che la natura reagisca a modo suo. L’importante non è ciò che “senti”, ma ciò che “vuoi”. Se vuoi perdonare, se lo desideri, hai già perdonato.
Non devi attingere da te stesso la forza di perdonare, ma da Cristo. Basta dire: “Signore, io voglio che quella certa persona occupi nel mio cuore il posto che occupa nel tuo”.
Perdonare è, dunque, davvero una cosa grande e degna dell’uomo e indispensabile per vivere insieme e in pace. Eppure, anche questo del perdono è un discorso che può diventare ambiguo. Vorrei, prima di terminare la nostra riflessione, mettere in guardia proprio da alcune di queste ambiguità. ‘
Primo: perdonare non significa necessariamente rinunciare a lottare, quando si tratta di torti continuati che si configurano come sopruso e ingiustizia contro di noi o contro dei fratelli. Sono due sentimenti e atteggiamenti che non si escludono, come non si escludono correzione e perdono. Gesù ne ha dato l’esempio: egli durante la sua vita ha lottato e ha perdonato.
Seconda ambiguità: perdonare non basta. Più importante che perdonare e, spesso, domandare perdono. Diversamente, si crea la mentalità, falsamente generosa, di chi ha sempre qualcosa da perdonare. Sono convinto che se ci esaminiamo a fondo, il più delle volte, quando stiamo per dire: “Ti perdono”, ci verrà da dire: “Perdonami!”.
La terza ambiguità è quella dell’intimismo: credere che basti smettere di odiare nel cuore, senza fare alcun gesto; uccidere e far rivivere il fratello, ma tutto in segreto. Non è questo che intendeva Gesù. Il perdono che egli ama è quello che si manifesta concretamente, che porta alla riconciliazione. La riconciliazione è il coronamento evangelico del perdono, quello che fa guadagnare davvero il fratello, che ristabilisce l’unità tra i figli di Dio e fa la gioia del Padre celeste. È anche quello che edifica la comunità: “Se presenti la tua offerta sull’altare e li ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello” (Mt 5,23 s.).
Noi siamo, adesso, quelli che stanno offrendo il loro dono sull’altare. Per noi, dunque, è la parola: “Va” a riconciliarti”. Che questa parola ci accompagni tornando a casa dalla celebrazione eucaristica e che la comunione con il corpo di Cristo ci dia la forza che occorre per cominciare a tradurla in pratica» (CANTALAMESSA RANIERO, La Parola di Cristo. Commenti alle letture bibliche delle domeniche e delle feste dell’anno liturgico A, San Paolo, Cinisello Balsamo 2025, pp. 182-185).
Ecco alcuni punti su cui potremo verificarci:
Sono consapevole che nell’evitare sentimenti di vendetta potrebbe esserci ancora
«una forma di calcolo e di sottile egoismo»?
È certo che il perdono deve scaturire dall’esperienza dell’Amore di Dio che mi trasforma e che dovrebbe rendermi progressivamente figlio simile a un Padre che ama ognuno infinitamente del tutto a prescindere da eventuali meriti.
Sono particolarmente preziose e luminose due frasi del padre Cappuccino:
«L’importante non è ciò che “senti”, ma ciò che “vuoi”. Se vuoi perdonare, se lo desideri, hai già perdonato».
Non è facile dominare o mutare i sentimenti, ma possiamo e dobbiamo lavorare sulla mentalità, sulla volontà, sulla capacità di decisione, sempre contando umilmente e con fiducia sulla onnipotente Grazia di Dio. Infatti, padre Cantalamessa prosegue così:
«Non devi attingere da te stesso la forza di perdonare, ma da Cristo. Basta dire: “Signore, io voglio che quella certa persona occupi nel mio cuore il posto che occupa nel tuo”».
Infine, vi segnalo altri due punti:
Non solo dobbiamo impegnarci a “perdonare”, ma siamo anche chiamati a essere onesti e a vedere bene dove e quando dobbiamo essere noi a chiedere perdono.
È importante cercare di non cadere in quella forma di intimismo evidenziata da padre Cantalamessa. Per quanto è possibile, dovremmo almeno tentare concreti passi di riconciliazione (cfr. Mt 5,23-24).