La pagina del Vangelo della s. Messa di oggi (Lc 6,27-38) è certamente tra le più difficili da capire e da vivere. Vi do il commento di don Riccardo e poi qualche mia precisazione.
Lectio Divina
«Lo stile della Misericordia
Lettura
La pericope evangelica proposta dalla liturgia odierna rappresenta uno dei passaggi più radicali del Vangelo. Non è solo un invito alla bontà, ma una vera rivoluzione nel modo di amare e di vivere le relazioni. Sembra che Gesù vada oltre ogni logica umana: non dice semplicemente di ignorare o sopportare chi ci fa del male, ma di amarlo. Questo amore non è semplicemente un sentimento, ma scelta concreta che deve diventare uno stile di vita.
Meditazione
Gesù elenca alcuni atteggiamenti sbagliati ̶ “percuotere sulla guancia”, “strappare il mantello” ̶ e chiede a ciascuno di noi di non imparare dalla scuola dei cattivi, di non coltivare l’odio. Amare il nemico, allora, non è fingere che il male non esista, ma e scegliere di non assecondarlo e, ancor più, di non moltiplicarlo. È custodire dentro di sé uno spazio dove l’offesa e la violenza non riescano a contaminare il cuore. Il Vangelo invita a fare del bene, a benedire, a vivere la gratitudine. Sempre. Non è un “vuoto a perdere”, ma è l’unico modo per non perdere se stessi, non perdere quella bontà che Dio ha messo nel nostro cuore, non perdere quella originaria “immagine e somiglianza di Dio”. Chi vive solamente contraccambiando ̶ sia nel bene come nel male ̶ , chi vive contando gli interessi e programmando tutto, non fa altro che chiudersi. Chi, invece, dona nella gratuità, si dilata e la sua vita diventa più spaziosa. La “misura” di cui ci parla il Vangelo non è una minaccia. È una rivelazione: la vita restituisce all’uomo ciò che trova nel suo cuore. Se si semina rancore o violenza si raccoglie solitudine; se si semina perdono e mitezza, nasce una pace che nessuno può togliere. E così si diventa testimoni della gioia. Il Vangelo non ci chiede di essere perfetti, invincibili, ma misericordiosi: capaci di guardare l’altro con uno sguardo che non si ferma alla ferita, ma intravede ancora oltre un frammento di luce; capaci di dar possibilità, capaci di saper attendere il cambiamento dell’altro. In una parola, essere artigiani di pace e imparare lo stesso atteggiamento del Padre che non giudica e non condanna, ma perdona e ama.
Preghiera:
“Tu ci perdoni sempre. Tu ci dai sempre la possibilità di essere nuovi e di ricominciare da capo. Allora anche noi dobbiamo perdonare gli amici che ci lasciano, quelli che parlano male di noi, quelli che non mantengono gli impegni presi insieme. Tu ci perdoni sempre. Allora nessuno deve mai “chiudere” con un fratello. Mai disperare che il bene la spunti sui difetti. Allora mai dobbiamo aspettare che incomincino gli altri. Tu ci perdoni sempre. Allora nessuno di noi deve mai stancarsi di ricominciare, di ridare fiducia, di risalire la china delle delusioni. Tu ci perdoni sempre e non ti stanchi mai di noi” (Tonino Lasconi).
Agire:
Quando qualcuno ti ferisce, invece di reagire d’impulso, fermati e scegli una risposta che non alimenti il conflitto: resta in silenzio, replica con un gesto gentile, rivolgi al Signore una preghiera per lui» (RICCARDO TACCARDI, La felicità agli occhi di Dio, in Messa meditazione 2026, settembre-ottobre, pp. 100-101).
Mi colpisce molto quando Gesù esorta a non sperare (cfr. Lc 6,34-35): è una conferma che non è importante la speranza, ma contano …il livello, la qualità, l’obiettivo della speranza. Forse ancora di più …è importante capire bene Chi mi consente di sperare!
Molto dipende dalla visione dell’uomo: se per me l’uomo è un fascio di organi, di emozioni, impulsi e sentimenti (magari l’uomo ridotto solo a chimica e a biologia), è chiaro che penserò che tutto ciò è impossibile. Perciò l’uomo deve essere liberato da Gesù redentore per amare come Lui, in Lui, vedendo Lui in ogni persona.
Credo che chi non ha come obiettivo della vita amare così, non troverà mai la pace, a meno che non pensiamo che la pace sia frutto dei giochini diplomatici o dei discorsi.
Negli ultimi due versetti (cfr. Lc 6,37-38) c’è il “passivo” divino. Cioè ci sono alcuni verbi al passivo (“non sarete giudicati”, “non sarete condannati”) ma senza il complemento d’agente; significa che il complemento d’agente (non nominato, secondo l’uso ebraico) è Dio. In altre parole, io posso anche vendicarmi, condannare l’altro, evitare di perdonare, ma poi nel giudizio finale come potrò chiedere al Signore perdono per le mie tante cadute e la mia incredibile infedeltà e ingratitudine? A tal proposito vi invito a meditare fin da ora il Vangelo di domenica prossima (Mt 28,21-35).
Ultima considerazione: forse l’atteggiamento peggiore è interpretare il Vangelo (o la Bibbia in generale) alla lettera. Perciò occorrono intelligenza, studio e maturità umana. Il “porgere l’altra guancia” (cfr. Lc 6,29) va capito bene. Gesù durante la Passione, quando fu schiaffeggiato, non porse l’altra guancia, ma rispose, cercò di dialogare (cfr. Gv 18,22-23). Per vivere bene il Vangelo, la fede da sola è del tutto insufficiente: occorrono tanta intelligenza, equilibrio umano e la guida dello Spirito Santo.