Stasera vi spedisco il commento di papa Benedetto al Vangelo di questa domenica (Mt 14,22-33). Non è un testo molto facile. Mi ha colpito la distinzione sottolineata da papa Ratzinger tra conoscenza “informativa” e conoscenza “performativa”. Tornerò su questo punto dopo la riflessione del Papa.
«Cari amici,
questo Vangelo, molto bello, è una catechesi sui temi fondamentali della vita cristiana: sulla Chiesa, su Cristo, sulla fede. Anzitutto questo cammino sul lago è un’allegoria, un simbolo della nostra vita e della vita di tutti gli uomini: dobbiamo attraversare l’oceano della storia, dobbiamo trovare il mezzo per poterlo fare, dobbiamo rispondere alle minacce e alle promesse di quest’oceano, ai pericoli e alle speranze, dobbiamo trovare dove andare, a quale punto arrivare.
Il Vangelo ci dice che, per noi credenti in Gesù Cristo, il Signore stesso ha preparato il mezzo: la barca dei discepoli. Non siamo soli, non dobbiamo cercare come attraversare questo oceano: il Signore ci ha dato la barca della Chiesa, ci ha dato gli amici, i credenti, la grande comunità della Chiesa, nella quale possiamo navigare e possiamo anche rispondere alle minacce dei venti e delle onde. E così vediamo come il Signore ci ha dato già anche la meta. Dopo la moltiplicazione dei pani, Lui è andato sul monte col Padre, ma ha incaricato i discepoli di precederlo: “Andate avanti”. Dobbiamo precedere il Signore: sappiamo anche dove andare e sappiamo che Lui ci vede. Certo, le onde sono terribili, i venti sono terribili.
Possiamo ricordare solo due minacce contro la Chiesa: i venti delle ideologie, che ci minacciano, che ci vogliono estirpare, che vogliono distruggere il nostro cosmo, e le onde dei poteri politici e militari, che sono persecuzioni e distruzione della fede. Tra venti ideologici e poteri politici, la Chiesa sembra quasi perduta e soffre anche interiormente giorno per giorno. Sappiamo tuttavia che Gesù ci dice: “Coraggio, non abbiate paura!”. Perciò, quanto più questi venti delle ideologie ci dicono: “No! Il cristianesimo è una cosa superata, del passato”, quanto più questi poteri si buttano contro la Chiesa, tanto più preghiamo il Signore, perché ci veda, ci aiuti, ci dica la sua parola di incoraggiamento, ci accompagni.
In realtà il Signore sembra lontano: i discepoli attraversano il lago, il Signore è andato sul monte. Tuttavia non è lontano, li vede proprio perché è presso il Padre. Questo è il mistero dell’Ascensione ai cieli del Signore: non vuol dire che è in una parte lontana dell’immenso universo, molto lontano da noi, ma il contrario. Il fatto che il Signore è alla destra del Padre, dice che col Padre è sempre accanto a noi, partecipa dell`onnipresenza del Padre. Proprio perché è col Padre, alla destra del Padre, non è lontano, ma vicinissimo; essendo col Padre ci vede e viene nel momento giusto, viene sulle acque del mare. I discepoli in un primo momento non lo riconoscono, hanno paura, gridano di paura, e la risposta del Signore si fa sentire: “Coraggio, sono io!”.
Il “sono io” ha un duplice significato, nel quale si riflette tutto il mistero cristologico e tutta la ricchezza della nostra fede. “Sono io” è una forma di identificazione: “Ma mi conoscete? Sono io, il vostro amico, il vostro maestro; vedete che sono io!”. Nello stesso tempo, è anche una formula di rivelazione, perché è proprio la Parola di Dio nel roveto ardente sul monte della rivelazione a Mosè: “Sono io, io sono” è la Parola di Dio (cfr. Es 3,14). Il suo nome immenso, incomprensibile e grande è questo: “Sono io, io sono”.
Così Gesù, mentre dice: “Ma vedete che sono io”, nello stesso momento si mostra che è “Io sono”, che è il Dio che si è rivelato nel roveto ardente. In quest’uomo, nel lago di Galilea, è presente la fiamma eterna della vita di Dio, l’immensa grazia, il potere divino, l’Essere sussistente. In questo modo Gesù, rivelandosi nella sua duplice natura, di uomo e Dio, ci provoca alla fede.
La fede che risponde a questa Parola del Signore, a questo duplice aspetto, consiste nel conoscere Gesù. Importante è conoscere Gesù sempre più da vicino, nelle Sacre Scritture, conoscere le sue parole, il suo modo di agire, di vivere, di amare, di morire per noi, di risorgere.
Conoscere Gesù: conoscere Gesù non solo come questo nostro amico, che parla come un amico, ma conoscere Gesù come questo “Io sono”, la sua divinità. Fede è innanzitutto questo atto duplice: di conoscere e di riconoscere, di conoscere in Gesù la stessa maestà divina unita all’umanità semplice, buona, vicina a noi.
Credere è conoscere e riconoscere, ma questa conoscenza della fede non è una conoscenza come io, per esempio, conosco un fatto della storia o qualche elemento della matematica, è una cosa diversa. Non è solo una scienza, qualcosa che conosco, una cosa che so; non è solo conoscenza “informativa”, ma anche conoscenza “performativa”, cioè non solo informa, ma dà anche forma: è nello stesso tempo un atto dell’affidarsi al Signore.
Vediamo Pietro che, avendo capito che è Gesù, esce e va verso Gesù. Fede è proprio questo, conoscenza e riconoscenza, e questa conoscenza diventa atto, cammino della vita, affidarsi a Gesù, andare con tutta la vita verso Gesù e, in tutti i pericoli, prendere la mano di Gesù. Pietro simboleggia le due cose: l’amore, la passione umana per Gesù, la gioia di conoscerlo e di conoscerlo come Dio, e nello stesso tempo la debolezza umana, che tuttavia si affida alle mani del Signore. Nelle mani del Signore possiamo attraversare anche le acque dell’oceano e della storia. Così, la fede è conoscere, è camminare, è un modo di vivere, è una vita.
Infine, c’è un ultimo atto, che possiamo definire anche “confessione”, perché la cosa strana, sorprendente, è che qui troviamo la confessione di Pietro, che già in questo momento diventa una supplica. In questo momento, in cui Gesù si mostra Signore del cosmo, mentre dice: “Sono io”, quelli che sono sulla barca riconoscono: “Tu sei il Figlio di Dio!”. La fede diventa confessione e anticipa il grande momento della confessione di Pietro. La fede diventa confessione e la confessione diventa adorazione.
La traduzione attuale dice “si prostrarono”, quindi descrive l’atto esteriore, corporale; ma questo prostrarsi è adorare, cioè sottomettersi con tutto il proprio essere alla volontà di Dio, riconoscendo che in Cristo io sono me stesso maggiormente di quanto sono senza Cristo. Confessione diventa adorazione, diventa sottomissione di tutto il mio essere, darmi nelle mani del Signore e ricevere dall’alto la forza della mia vita. Il Signore è veramente la mia Vita, la Verità, la Via: a questo ci invita il Vangelo, a vedere in Cristo Via, Verità e Vita e ad affidarci alle sue mani.
Adesso, nell’Eucaristia il Signore viene sulle acque della storia, dall’apparente immensa distanza del Padre, viene e viene sulle acque dei nostri giorni e si mette nelle nostre mani. Noi prendiamo le sue mani e diciamo: “Signore salvami, guidami!”. Preghiamo il Signore, perché realmente il nostro essere si unisca con il suo e così possiamo trovare la vera Vita. Amen!» (BENEDETTO XVI, Omelia, 10-8-2014, in «Dio è la vera realtà». Omelie inedite 2005-2017. Tempo ordinario, Libreria Editrice Vaticana 2025, pp. 243-247).
Dicevo all’inizio che sono rimasto colpito da una frase particolare del Papa. Egli afferma che la conoscenza della fede:
«Non è solo una scienza, qualcosa che conosco, una cosa che so; non è solo conoscenza “informativa”, ma anche conoscenza “performativa”, cioè non solo informa, ma dà anche forma: è nello stesso tempo un atto dell’affidarsi al Signore».
Egli dice questo in riferimento alla fede. Grazie alla fede conosciamo il Signore. Ciò che conta è avere consapevolezza della immensa differenza tra la conoscenza che mi può derivare dalla matematica o dalla storia o dalle varie scienze e la conoscenza che mi viene donata dalla fede. Può sembrare una distinzione sottile, forse inutile. E invece la ritengo decisiva.
Io temo che non molti ricordano la stupenda enciclica dedicata nel 2007 sempre da papa Benedetto alla speranza. In quell’occasione egli aveva già fatto un riferimento preciso alla differenza tra “informativo” e “performativo”. Ripeto: può sembrare una distinzione puramente teorica, concettuale, ma non è così. Temo che per molti cristiani la fede sia ridotta al sapere (in modo più o meno teorico, astratto solo “catechistico”) che Dio esiste e al conoscere alcune verità della fede. Invece la fede trasforma i cuori, modifica il modo di pensare, dà all’esistenza un’impostazione, una direzione, una luce, un calore, un modo di essere amati e di amare di cui può fare esperienza appunto solo chi ha fede.
Ecco alcuni punti in cui la “Spe salvi” fa un cenno alla differenza tra “informativo” e “performativo”.
«Il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita» (Spe salvi, 2).
«La fede cristiana è anche per noi oggi una speranza che trasforma e sorregge la nostra vita? È essa per noi “performativa” – un messaggio che plasma in modo nuovo la vita stessa, o è ormai soltanto “informazione” che, nel frattempo, abbiamo accantonata e che ci sembra superata da informazioni più recenti?» (Spe salvi, 10).
Stasera ho ritenuto utile soffermarmi su questo punto, che può sembrare secondario. Invece, sono certo che quanto ho voluto sottolineare può essere capito e vissuto solo da chi fa vera esperienza di preghiera e dei Sacramenti e così si lascia guidare, illuminare e appunto trasformare dallo Spirito Santo. Ovviamente chi fa questa esperienza poi non può non volerla comunicare ai fratelli partendo da una intensa vita ecclesiale.