Pensiero serale 03-06-2026

Oggi nel suo commento padre Vanhoye si sofferma quasi solo sul brano del Vangelo (Mc 12,18-27).

«Oggi il Vangelo ci riferisce una risposta molto dura che Gesù dà ai sadducei. Essi, che negano la risurrezione dei morti, in questo episodio ne mettono in ridicolo l’idea, presentando a Gesù un caso limite e chiedendogli la soluzione: se una donna, per la legge del levirato, ha sposato sette uomini, di chi sarà moglie nell’aldilà?
“Rispose loro Gesù: Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio? […] Voi siete in grave errore”. Gesù non si lascia rinchiudere nei termini di una discussione che rivela soprattutto l’idea ingenua che gli uomini si fanno di Dio e della vita dell’aldilà, ma dà un insegnamento di fede e di magnanimità e riconduce il problema alle sue vere dimensioni: “[Dio] non è Dio dei morti, ma dei viventi!” .
Dio è onnipotente, e con la sua potenza ̶ che i sadducei non conoscono ̶ farà risorgere i morti. Questi non saranno più legati alle condizioni limitate della vita terrena, “ma saranno come angeli nei cieli”. La vita dei risorti è una vita diversa, di relazione intima con Dio, che gli uomini non possono neppure immaginare: una vita “spirituale”, e quindi incorruttibile.
Nella prima lettura, Paolo invita Timoteo ad avere idee grandi su Dio: “Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza”. È un Dio magnanimo, che farà cose grandi sia per Paolo, che è in carcere a Roma, sia per Timoteo. L’Apostolo rivolge una esortazione al suo discepolo: “Ti ricordo di ravvivare il dono [il carisma] di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani”.
Questa esortazione può essere rivolta anche a noi. Se nel caso di Timoteo si può pensare quasi a un carisma sacerdotale, tutti noi abbiamo ricevuto la grazia della vocazione cristiana, i doni di Dio: Questi non devono essere concepiti in modo materiale, come i sadducei concepivano la risurrezione: sono doni “nello Spirito”, e noi dobbiamo essere attenti a non sciuparli, ma a valorizzarli e a rinnovarli con l’aiuto dello Spirito.
Perciò dobbiamo liberare la nostra mente da tutte quelle idee ristrette che possiamo avere sulla nostra vita cristiana e sull’aldilà, e conformare i nostri pensieri alla magnanimità, all’amore e alla potenza gloriosa di Dio, con umiltà e con grande speranza» (VANHOYE ALBERT, Il pane quotidiano della Parola, volume II – Tempo ordinario/1, Edizioni AdP, Roma 2015, pp. 166-167).

Siamo invitati a interrogarci su come intendiamo la nostra sorte dopo la morte. Dovremmo provare immensa gratitudine per il dono che Gesù ci fa della vita di Grazia qui e della vita in Paradiso.
Dobbiamo riflettere sull’atteggiamento terribile di chiusura dei sadducei.
Possiamo anche chiederci come la certezza della risurrezione finale incide sul nostro modo di intendere il matrimonio: la sua indissolubilità e la certezza di un incontro col coniuge addirittura nella vita dopo la morte.
Dovremmo capire bene come il divorzio e l’infedeltà coniugale siano qualcosa di gravissimo, anche se ̶ tranne rarissime eccezioni ̶ la Chiesa da alcuni anni riesce a non trattare questo tema (e, quando lo tratta, crea solo confusione).