Continuo a presentarvi il commento di padre Vanhoye alle letture della s. Messa di oggi (2 Sam 18-19; Mc 5,21-43).
Gesù ci ha rivelato la paternità di Dio e ci ha insegnato a pregare Dio come nostro Padre. Nella prima lettura ci viene presentato un bell`esempio di amore paterno, che però è soltanto una pallida immagine dell’amore paterno di Dio.
Davide, in fuga dopo la rivolta di Assalonne, si interessa ansiosamente della sorte di suo figlio. Quando vede arrivare i messaggeri, chiede: “Il giovane Assalonne sta bene?”. Ma quando intuisce la verità, cioè che Assalonne è morto, scosso da un tremito, piange: “Figlio mio Assalonne! Figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio!”.
Davide non pensa più alla colpa, ma soltanto alla morte del figlio. Lo stesso dice Paolo a proposito di Dio: “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). Dio, per così dire, dimentica il proprio interesse, per far rivivere i propri figli.
Questo costituisce un insegnamento per noi. Ogni giorno i giornali ci riferiscono di uccisioni, di delitti efferati, e la nostra reazione spontanea è di collera e di disprezzo verso i criminali. Ma questa non è una reazione cristiana. Se fossimo più uniti a Dio, la nostra sofferenza sarebbe per il male che gli uomini fanno a se stessi più che alle loro vittime, e così sarebbe più simile all’amore paterno di Dio, e sarebbe anche più efficace perché il male venga eliminato realmente. Infatti, quando si odiano i peccatori, il male non viene eliminato, ma accresciuto. La carità divina, invece, abbraccia i peccatori, perché possano cambiare vita e ritrovare la strada del bene.
Possiamo fare anche un’altra riflessione sulle letture di oggi. La prima lettura ci mostra che l’amore degli uomini è impotente di fronte alla morte: Davide non può realizzare il suo desiderio di morire al posto del figlio, e tutto il popolo quasi si vergogna della vittoria ottenuta. Invece, nel Vangelo la scena di morte è pervasa di serenità. Gesù si avvicina alla fanciulla morta con un senso non di impotenza, ma di sicurezza, come davanti a una bambina che dorme, e dice alla gente: “Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme”. Poi, presa la mano della bambina, le dice: “Fanciulla, io ti dico: àlzati!”.
Tutto il Vangelo ci mostra che Gesù ha il potere sulla morte, perché è morto per noi. Con la sua potenza divina egli ha vinto la morte subendola al posto nostro. Il suo amore non è stato un amore facile, ma un amore pieno di compassione, che gli ha fatto condividere la nostra condizione umana fino al punto di dare la vita per noi.
Apriamoci a questo incredibile amore divino e mettiamo tutta la nostra fiducia in Gesù, sorgente di vita» (VANHOYE ALBERT, Il pane quotidiano della Parola, volume II – Tempo ordinario/1, Edizioni AdP, Roma 2015, pp. 75-76).
Non era facile stabilire un parallelo tra il comportamento di Davide e quello di Dio, soprattutto se teniamo presenti i tanti e gravi peccati di questo re. Eppure, il commento del biblista è davvero illuminante.
Io ho visto un collegamento anche col Vangelo di domenica scorsa (Mt 5,1-12.). Siamo aiutati a vedere come si concretizzano due beatitudini: quella della mitezza e quella relativa a coloro che piangono.
Ognuno si chieda: come mi pongo dinanzi a tutto il male che sembra addirittura assediarci? La risposta cristiana non può non essere caratterizzata dalla speranza, dalla fiducia, dallo spirito di sacrificio e da un autentico e coraggioso atteggiamento costruttivo. Non posso non segnalarvi una preghiera profondamente evangelica: «Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace: Dove è odio, fa ch’io porti l’Amore, Dove è offesa, ch’io porti il perdono…».