Pensiero serale 03-01-2026

In questa domenica ci viene proposto un brano del Vangelo molto noto, ma anche molto “alto”. Io vi propongo il commento di padre Cantalamessa, uno dei miei autori preferiti, perché unisce una grande preparazione biblica e teologica a una profonda spiritualità.

«Il Vangelo di questa Domenica è il Prologo del quarto Vangelo. Basta intonarne l’inizio per ricordarlo tutto: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”.

Poniamoci davanti a questa pagina luminosa del Vangelo con lo stato d’animo e le domande di chi l’ascolta per la prima volta. Chi è questo Verbo? Di chi si sta parlando? Verbo indica qui il Figlio di Dio, la seconda persona della Trinità che alla fine del Prologo riceverà il nome proprio “Gesù Cristo”. Che significa la parola Verbo? Il termine originale usato dall’evangelista, “Logos”, può significare due cose: o Ragione, o Parola, o forse meglio tutte e due le cose insieme. Perché Gesù Cristo viene chiamato così? Perché egli è la Parola definitiva di Dio all`uomo, la pienezza e la totalità della rivelazione.

Possiamo leggere il Prologo come una grandiosa visione di fede su Dio, l’uomo e il mondo. Una sintesi di tutto. Oggi si ama avere tutto “compact”, cioè condensato e contenuto in un piccolo spazio. “Compact”, compatto, è una parola magica del commercio: dischi “compact”, dizionari e manuali “compact”. Ebbene, il Prologo è qualcosa del genere nel campo spirituale. Tutto quello che la fede ha da dirci di essenziale su Dio, sull’uomo, sul mondo e soprattutto su Cristo, è condensato in questa pagina.

Di “Dio” ci viene detto che è unico, ma non solitario. Ha accanto a sé, nel suo “seno”, il Figlio sua Parola vivente, Immagine perfetta di se stesso. C’è già, in embrione, la dottrina della Trinità. Del “mondo”, ci viene detto che “fu fatto per mezzo del Verbo”. In una visione atea e materialistica, il mondo non ha spiegazioni; è frutto del caso o di oscure leggi dell’evoluzione. Qui, al contrario, si afferma che all’inizio del mondo c’è già la sua spiegazione: essa è in quella Parola che Dio ha nella sua mente, “accanto a sé”. È significativo che il Vangelo di Giovanni cominci con la stessa espressione con cui iniziava il racconto della creazione nel libro della Genesi: “In principio…”. Ma questa volta si tratta di un altro “principio”, un principio assoluto, non relativo, fuori del tempo, non l’inizio di esso.

L’ “uomo”, infine, ci appare nel Prologo come un essere creato da Dio libero. Può accogliere la luce e ricevere il potere di diventare Figlio di Dio, oppure rifiutare di credere e rimanere nelle tenebre. “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta… A quanti però l`hanno accolta, ha dato il potere di diventare figli di Dio”.

La luce e la vita si hanno dal Verbo: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini”. Queste affermazioni possono sembrare astratte, lontanissime dagli interessi dell’uomo d’oggi, o possono invece, di colpo, rivoluzionare la vita di una persona, se un giorno quella luce si mette davvero a “splendere” su di te.

Adesso però dobbiamo passare all’affermazione forse più importante e sconvolgente del Prologo: “E il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”. Sappiamo cosa questo vuol dire per i cristiani. Il Figlio di Dio, la seconda Persona della Trinità, è sceso nel seno di una Vergine, si è fatto uomo come noi. “Ha posto la sua dimora in mezzo a noi”. È la verità centrale del cristianesimo, quella che lo distingue, insieme con la Trinità, da ogni altra religione. Quasi tutte le religioni concepiscono la religione come un “elevarsi” a Dio, costruire come una piramide, al vertice della quale poter incontrare la divinità. Nel cristianesimo avviene il contrario: è Dio che è sceso e ci porta tutti su di sé, come una piramide rovesciata che poggia tutta sul vertice piantato in terra. “Questo Figlio sostiene tutto con la potenza della sua parola” (Eb 1,3).

Ma quella frase di Giovanni ha sempre ricordato ai cristiani anche un’altra verità: che anche nella loro vita la parola si deve fare carne, cioè la fede si deve esprimere in opere, l’amore tradurre in gesti concreti di carità. Se no, dice san Giacomo, è morta.

“In principio era l’azione”: cosi Goethe, nel Faust, parafrasa il primo versetto del Prologo. Intesa rettamente (non come la intendeva Goethe!), l’affermazione non è errata. In Dio, infatti, parola e azione sono un tutt’uno. Dio non parla mai senza agire. La sua Parola non ritorna mai a lui, senza aver prodotto ciò per cui l’ha mandata. È parola che opera ciò che significa: “Dio disse: Sia la luce! E la luce fu” (Gen 1,3).

Sfortunatamente, questo non è vero per noi. Il nostro grande pericolo è proprio di contentarci delle parole, senza passare mai all’azione. Gesù nel suo Vangelo mette continuamente in guardia contro questo pericolo: “Non chi dice…, ma chi fa”; non chi ascolta soltanto la parola, ma chi la mette in pratica entrerà nel regno dei cieli. Un giorno Gesù disse una parabola a questo riguardo. Un uomo aveva due figli. Disse al primo: figlio va’ nella mia vigna a lavorare. Il figlio rispose: sì, padre, ma non andò. Il padre disse la stessa cosa all’altro figlio e questi rispose: no, padre, non ho voglia di andarci; ma poi pentitosi, ci andò. “Chi dei due, domanda Gesù alla fine, vi sembra che abbia fatto la volontà del padre? Chi ha detto sì e fatto no, o chi ha detto no e ha fatto sì? La risposta è: il secondo, non il primo” (Mt 21,28-38).

Tra un credente che conosce bene il Vangelo, ma che non ne mette in pratica nessuna parte e un non credente che non lo conosce, ma si sforza di vivere secondo coscienza e fare del bene al prossimo, chi è in una situazione migliore davanti a Dio? Lascio a voi la risposta. Diceva il martire sant’Ignazio di Antiochia: “È meglio essere cristiani senza dirlo, che dirlo senza esserlo”.

A un filosofo moralista, sorpreso in una compagnia poco edificante, fu chiesto come poteva conciliare ciò con quello che scriveva nei suoi libri. Rispose: “Avete mai visto un segnale stradale che si mette a camminare nella direzione che indica?”. Una risposta brillante, ma meschina. Gli uomini non sanno che farsene di questi “indicatori stradali” che indicano la direzione da prendere, ma loro non si spostano di un centimetro. “Gli uomini ascoltano più volentieri i testimoni che i maestri”, diceva giustamente san Paolo VI nell’enciclica “Evangelíi nuntiandi”.

In un tempo in cui siamo letteralmente sommersi da un diluvio di parole, messaggi, proclami, parole dette, parole stampate, si impone un digiuno speciale; un digiuno dalle parole. Non farne uscire da noi di non necessarie e non farne neppure entrare troppe di inutili, vuote o addirittura cattive. Disintossicarci. Dire di meno, fare di più. Concretamente, potremmo proporci di fare qualche opera di carità, qualche servizio in casa, senza farlo notare a nessuno, in silenzio, per compensare tutte le volte che abbiamo fatto notare quello che c’era da fare, senza farlo noi. Sviluppare in noi il gusto per le cose che restano un segreto tra noi e Dio.

Aggiungiamo una osservazione. La parola deve farsi carne anche nel momento in cui essa viene proclamata e commentata al popolo di Dio, come in questo momento. Con ciò si ricorda la necessità di mostrare costantemente come la parola di Dio tocca la vita quotidiana delle persone, si applica a essa, la illumina, la orienta, la giudica. Non la sfiora come la tangente che tocca la sfera in un punto senza penetrarvi dentro. Non si dovrebbe fare molto sforzo per realizzare questo nel commentare il Vangelo, perché la parola di Gesù è sempre in stretto legame con la vita. Da essa trae le immagini, le parabole, gli spunti, per poi gettare su di essi la luce della verità, la risposta di Dio alle domande dell’uomo.

“Il Verbo si è fatto carne” e ora la carne si fa pane per noi nell’Eucaristia. Accogliamolo, ricordando la parola del Prologo: “A quelli che lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”» (CANTALAMESSA RANIERO, La Parola di Cristo. Commenti alle letture bibliche delle domeniche e delle feste dell’anno liturgico A, San Paolo, Cinisello Balsamo 2025, pp. 35-38).

Mi ha colpito la seguente frase: «se un giorno quella luce si mette davvero a “splendere” su di te». Ognuno provi a chiedersi: come in me, nella mia famiglia, la Parola viene meditata e poi si fa carne nella concretezza quotidiana?

Infine, sull’essere figli di Dio, molto spesso si pensa all’importanza del Battesimo. Io mi permetto di segnalare alcuni passi della Bibbia: se non li conosciamo e se non li viviamo, il Battesimo rischia di essere un talento bellissimo, ma messo in «una buca nel terreno» (Mt 25,18).

«Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,44-45).

«Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi» (Lc 6,35).

«Infatti, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio» (Rm 8,14).