Continuo a spedirvi il commento di padre Vanhoye alle letture della s. Messa (1 Gv 2,22-28; Gv 1,19-28).
«Nella prima lettura di oggi notiamo l’invito ripetuto da Giovanni a “rimanere nel Figlio e nel Padre”. Questa nostra relazione con il Padre e il Figlio è paragonata dall’autore a una “unzione”. Come questa penetra nei tessuti e nei corpi, così chi crede nel Figlio possiede il Figlio, e possiede anche il Padre. Perciò non ha più bisogno di maestri, perché possiede un Maestro interiore, che non mente.
Ma per credere, dobbiamo essere umili come Giovanni Battista, il quale, interrogato dai sacerdoti, risponde: “Io non sono il Cristo”. E l’evangelista aggiunge: “Non negò”. Siamo invitati dunque a scegliere: o negare noi stessi, o negare Cristo. Giovanni Battista non ha negato Cristo, ma ha negato se stesso.
Difficilmente noi neghiamo Cristo in modo esplicito, ma più facilmente lo neghiamo in modo indiretto affermando noi stessi. Dobbiamo allora metterci con gioia nella via dell’umiltà e dell’abnegazione, imitando Giovanni Battista. Per testimoniare Cristo, egli ha negato perfino la propria opera, che era molto feconda e ammirata, e ha detto: “Io battezzo nell’acqua, lui nello Spirito Santo”.
Anche noi non dobbiamo attribuire nulla a noi stessi: la nostra opera rimane soltanto un’opera umana, se non interviene l’opera di Cristo. Chiediamo dunque la grazia dell’umiltà, che ci libera dalla tentazione di credere di poter fare da soli quello che solo Dio può fare» (VANHOYE ALBERT, Il pane quotidiano della Parola, volume I – Tempi forti, Edizioni AdP, Roma 2014, p. 70).
Padre Vanhoye sottolinea l’importanza del “rimanere” e dell’umiltà. Riguardo al “rimanere” vi segnalo Gv 15 (la vite e i tralci).
A chi potrebbe restare perplesso, dinanzi alla prospettiva di dover negare se stesso per affermare Cristo, voglio consigliare di meditare bene un passo del Vangelo: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,24-25).
Quindi, in qualche modo io devo rinnegarmi per aderire completamente a Cristo, ma è certo che il Signore desidera la nostra piena felicità e realizzazione. In tal senso, non dimentichiamo mai alcune splendide affermazioni del Concilio:
«Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione» (Gaudium et Spes 22). «Chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo» (Gaudium et Spes 41).
Infine, riguardo alla frase di Vanhoye sul “maestro interiore”, è bene meditare a lungo questo passo di Geremia:
«Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: “Conoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande ̶ oracolo del Signore ̶ , poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato» (Ger 31,34).