Pensiero serale 31-05-2026

Anche in questa domenica, in cui celebriamo la festa della ss. Trinità, vi propongo un’omelia pronunciata dodici anni fa da papa Benedetto.

«La festa della Santissima Trinità è diversa da tutte le altre feste dell’Anno liturgico. Nelle altre feste facciamo memoria degli avvenimenti della storia di Dio con noi, ripetiamo quasi il corso della storia. Cominciamo con i millenni di attesa del Signore, del Salvatore, poi arriviamo a Natale, alla natività del Signore, fino al Mistero Pasquale e a Pentecoste, al dono dello Spirito Santo, all’inizio della Chiesa.Oggi, nella festa della Santissima Trinità, non celebriamo un avvenimento, un fatto di Dio per noi, ma semplicemente la fonte di tutto, Dio stesso: è la festa della gioia di Dio.Il contenuto della festa è espresso bene nella parola del “Gloria”: “Gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam”. Noi ringraziamo per la tua bellezza, per Te. Gioia che Dio c’è, che ci conosce, che noi conosciamo Dio. Come la bellezza delle montagne, la maestà del mare, la bellezza di un albero in fioritura ci danno gioia, senza che vogliamo averne qualcosa in cambio, perché sempre nell’esperienza della bellezza c’è di per sé una gioia; così anche Dio è gioia, ed è gioia vedere che c’è, e non vogliamo nient’altro che ringraziare per la sua Bellezza, per la sua Bontà, per il suo Amore.

La ricerca della storia delle religioni ha portato a un risultato – penso – inaspettato: la novità della religione biblica non è il monoteismo come tale. La ricerca ha mostrato che tutte le religioni – almeno le religioni arcaiche, che hanno a che fare con tanti demoni, divinità, ecc. – sanno che tutte queste divinità non sono Dio, ma che c’è solo un Dio, sanno che c’è il Dio che è il Dio unico, e tutti gli altri non sono Dio, sono divinità, sono poteri con i quali l’uomo deve fare i conti.

Questo Dio è conosciuto e tuttavia anche sconosciuto: questo Essere divino superiore al conosciuto non è adorato, non c’è culto per lui. Il motivo è semplice: questo Dio – si pensa – non si interessa di noi, è troppo grande, è Dio ma non ci governa, è troppo grande per interessarsi a noi, e noi non possiamo parlare a lui; e soprattutto questo Dio è buono, quindi non c’è paura, non è necessario riconciliarlo con noi e avere il suo favore. Perciò questo Dio rimane senza culto e, benché conosciuto, rimane un Dio ignoto, troppo distante, troppo grande per noi. La vita reale invece ha da fare con i poteri presenti, con le forze di questo e quest’altro demonio, e così sorgono i sistemi di culto, e anche di stregoneria e così via, per cercare di difendersi contro quei poteri. La vita è piena di questi esseri, che minacciano anche la vita dell’uomo.La novità della rivelazione biblica è che Dio, quel Dio così distante, così silenzioso, ci conosce, e che il Dio lontano si fa Dio vicino: il vero Dio non è un Dio assente, un essere troppo grande e superiore, ma ha un volto, una voce e parla, diventa il Dio vicino (cfr. Dt 4,7). Così tutto è diverso, non c’è più bisogno di stare in lotta, o anche in adorazione, di questi poteri del mondo, perché Lui è il potere e ha il potere, Lui che è il vero Dio.Pensiamo ad Abramo: quando la Scrittura parla di lui non troviamo una grande filosofia sul monoteismo o sul politeismo, ma c’è una cosa molto importante: questo Dio così vicino, che parla con Abramo, lo guida, è suo amico (cfr Is 41,8), ed è nello stesso tempo il Dio che può parlare in Mesopotamia, chiamarlo per andare in Terra Santa, può proteggerlo in Egitto. Cioè è un Dio che non dipende da questo o quest’altro luogo, ma un Dio che è persona, che lavora con persone, che si fa amico di persone e così entra nella storia e rimane tuttavia Dio, che è Dio dappertutto e non solo in un certo luogo. Dio è vicino: il vero Dio si crea amici, si crea un popolo per entrare realmente nella vita del mondo, nella nostra vita.

Nel Nuovo Testamento vediamo un nuovo passo: questo Dio grande, lontano, questo Dio fatto vicino, si fa così vicino che diventa un uomo! Diventa uno di noi: più vicino di così non si può; è uno di noi, con noi e così il volto di Dio è quasi visibile, e si dà nelle nostre mani nella Santa Eucaristia. È sempre il Dio grande, il Creatore che ha potere su tutto, ma nello stesso tempo questo Dio grande è il Dio vicino, che è uno di noi, che vive con noi, per noi e in noi.

Qui siamo al punto di poter anche capire qualcosa del mistero della Trinità. Dio non ci ha parlato della Trinità per dirci: “Sono un mistero”; voleva veramente mostrare se stesso. I grandi filosofi greci, per esempio Aristotele, hanno conosciuto, come le religioni, che c’è un Dio unico, ma proprio con la sua filosofia, la sua razionalità, era convinto che questo Dio unico non può avere relazioni con noi, perché noi cambiamo, mentre Lui è eterno, e perciò non può entrare in relazione con le cose che cambiano, altrimenti Lui stesso non sarebbe più eterno, perché sarebbe anche Lui sottoposto ai cambiamenti. Quindi, questo Dio unico è in sé, è “pensiero del pensiero”, è quasi la geometria del cosmo.Gesù Cristo ci fa vedere un’altra realtà: questo Dio non solo ha relazione, ma è relazione, non è solo geometria del mondo, ma è amore, e amore indica sempre relazione e la realtà più grande non è la geometria, ma è l’amore. Dio è amore e perciò è relazione, e poiché è relazione può anche avere relazioni, coinvolgerci nella sua relazionalità, nel mistero del suo amore. Questa è la Trinità, e ciò significa che Dio non solo ama, ma è relazione, è amore! Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo, e proprio così è uno, la Trinità non distrugge il monoteismo, ci dice che l’unità creata dall’amore è più profonda, più una dell’unità di un atomo.

Così ritorniamo all’inizio: è bello sapere che Dio, il Dio, l’unico Dio, è così grande che ha tempo per noi. Proprio perché è grande, perché è immenso, ha conoscenza, ha tempo per ognuno di noi, conosce ognuno di noi e noi possiamo conoscerlo nel nostro modo. La novità per il cristiano è che Dio non è lontano, ma vicino, e che Dio è così grande che ci ama e diventa uno di noi. Mi sembra realmente che questo sia motivo di gioia: Dio, il vero potere, mi conosce, mi ama, il potere ultimo è buono, e perciò sappiamo che è bene vivere, perché siamo nelle mani di questo Dio. Ringraziamo Dio per la sua bontà, ringraziamo Dio di essersi rivelato e preghiamo perché ci aiuti a essere sempre più vicini alla sua bontà. Amen!» (BENEDETTO XVI, Omelia 15-6-2014, in «Il Signore ci tiene per mano». Omelie inedite 2005-2017. Avvento, Quaresima, Pasqua Libreria Editrice Vaticana 2025, pp. 259-262).

Mi sembra che un punto molto importante di questa meditazione sia la vicinanza di Dio.

È un tema che da anni non finisce di coinvolgermi profondamente. Proprio mercoledì scorso ho notato nel Vangelo una frase: “Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni (Mc 10,35). Spero che vi ricordiate cosa dissero a Gesù i due apostoli (Mc 10,37). Forse si trattava di una vicinanza solo “fisica”, materiale. Quando la donna malata di emorragia toccò Gesù, lo toccò invece in modo davvero splendido (cfr. Mc 5,25-34). Pensiamo alle tragiche ore della Passione. Quante persone furono “vicine” a Gesù: Giuda col bacio addirittura, Caifa, Erode, Ponzio Pilato, coloro che lo flagellarono, lo incoronarono di spine, lo crocifissero. Anche le due persone crocifisse accanto a Gesù erano alla stessa distanza da Lui, ma con esiti del tutto diversi!

In che cosa consiste la vera e feconda vicinanza a Gesù? Due persone sono vicine solo perché vivono sotto lo stesso tetto o “lavorano” nella stessa parrocchia?

E io come mi “avvicino” alle persone? Magari solo a coloro che mi sono simpatici e fin quando si comportano bene con me? E Gesù con me come si comporta quando mi allontano (cfr. Lc 15,4-7)? Chi mi incontra si accorge che io sto vicino a Gesù?