Oggi voglio darvi uno spunto di riflessione sulla festa che abbiamo celebrato ieri. Vi spedisco il commento di padre Vanhoye alla Prima Lettura (At 12,1-11), che ovviamente va letta, pregata e meditata prima di soffermarsi sulla riflessione del biblista.
«In questa Messa c’è un particolare sorprendente: noi oggi celebriamo il martirio di Pietro, ma nella prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, non viene raccontato l’episodio del suo martirio, bensì un episodio in cui egli è sfuggito alla morte. Pietro era in prigione; la Chiesa pregava per lui; e un angelo lo ha liberato miracolosamente. Questo episodio è avvenuto a Gerusalemme. Ma a Roma, alcuni anni dopo, Pietro sarà di nuovo incarcerato; la Chiesa certamente pregherà per lui; questa volta però egli non sarà liberato, ma verrà ucciso.
Questa diversità di situazioni fa sorgere in noi alcune domande: perché Dio è intervenuto la prima volta e non la seconda? A quale scopo liberare Pietro dalla morte, se alla fine egli doveva essere ugualmente condannato a morte? È utile per noi fare una riflessione su questi argomenti, perché essa può offrirci una luce anche sulla nostra vita e sulla nostra morte.
Una prima risposta che potremmo dare a queste domande consiste nel riconoscere che c`è un tempo per ogni cosa. Nel suo amore per la Chiesa, Dio aveva chiamato Pietro a una grande missione: quella di proclamare la fede e di guidare gli inizi della Chiesa. In quel momento nessun potere umano è stato capace di impedire questa sua azione, e Dio è intervenuto anche con mezzi miracolosi. Quale gioia allora hanno provato Pietro e la Chiesa nel vedere l’intervento potente e misericordioso di Dio! Ma alla fine, quando la missione di Pietro si era realizzata, non c’era più bisogno di liberarlo dalle mani dei persecutori: allora egli ha subìto la morte. Lo stesso è avvenuto anche per Paolo.
Nell’Apocalisse, questa prospettiva si manifesta in modo molto chiaro. Nel capitolo 11, parlando dei suoi due testimoni, Dio dice: “Farò in modo che i miei due testimoni, vestiti di sacco, compiano la loro missione di profeti per milleduecentosessanta giorni”. Si tratta di un periodo preciso, stabilito da Dio, nel quale nessuno potrà impedire l’opera dei due testimoni. Dopo però verrà una nuova situazione: “Quando avranno compiuto la loro testimonianza, la bestia che sale dall’abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà” (Ap 11, 3.7).
Potremmo anche riflettere su come il contrasto fra la liberazione di Pietro a Gerusalemme e il suo martirio a Roma sia più apparente che reale. Per l’apostolo, infatti, il martirio non è stato una sconfitta: a Roma il Signore non lo ha affatto abbandonato; anzi, il suo martirio è stato anch’esso una liberazione, una vittoria del Signore e sua. Nel suo amore per la Chiesa, Dio ha chiamato Pietro a confermare la fede non più a parole, ma con la testimonianza del sangue, e gli ha dato la forza d’animo necessaria per tale difficile e stupenda testimonianza. Quanta gioia scaturisce ora da questo dono di Dio, e quale gloria per Pietro e per tutta la Chiesa!
Potremmo infine riflettere su come la liberazione di Pietro a Gerusalemme abbia preparato il suo martirio a Roma. Non è facile accogliere la grazia del martirio, perché si tratta di sostenere una lotta tremenda, in cui le circostanze esterne mettono a dura prova la fede, la speranza e la carità del cristiano. I nemici di Dio trionfano; Dio sembra essere assente; la sua forza e il suo amore non si manifestano chiaramente. Ma a Gerusalemme Pietro ha sperimentato la presenza di Dio, il suo intervento potente e il suo amore meraviglioso, così che alla fine, a Roma, egli potrà essere certo di questo amore di Dio, potrà superare nella fede e nell’amore le più grandi difficoltà, compreso il martirio, e ottenere la vittoria.
Nella nostra vita, anche noi facciamo la stessa esperienza, nella misura in cui Dio la dispone per ciascuno di noi. All’inizio egli ci si rivela, esaudendo le nostre preghiere e liberandoci nelle prove. Allora, se lo preghiamo con fedeltà e accogliamo le sue grazie, impariamo a riconoscere il suo amore; la nostra fede e il nostro amore si rafforzano, e noi diventiamo capaci di superare anche difficoltà maggiori. Alla fine, siamo così certi dell’amore di Dio che la morte stessa, in qualunque modo ci si presenti, non ci spaventa più, ma diventa per noi l’occasione di un supremo atto di fiducia in Dio e di vittoria. Perciò possiamo dire, con Paolo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? […] Io sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente, né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,31-39)» (VANHOYE ALBERT, Il pane quotidiano della Parola. Volume IV – Solennità e santi, Edizioni AdP, Roma 2015, pp. 65-67).
È un episodio specifico riguardante la vita di san Pietro ma, essendo Parola di Dio, dona immensa luce per la vita di ognuno di noi. A me sembra che sia la risposta ad alcune domande che non possiamo non porci. Se Dio è Amore, come manifesta tale amore con san Pietro, san Paolo e ciascuno di noi? Cosa fa Dio dinanzi al dramma del male? È assente? È inerte spettatore? È debole? È onnipotente, ma permette che il male continui a imperversare? Non è facile rispondere a tutti gli interrogativi che possono sorgere nel nostro cuore.
Del resto, come faccio a sperare se sono attanagliato da tali dubbi e non cerco luce e non approfondisco bene la Parola? Io sono sicuro che abbiamo oggi così pochi apostoli (penso soprattutto alle coppie, ai laici), perché spesso abbiamo rinunciato a effettuare una formazione seria e profonda. Sarebbe ancora peggio se una persona cura la propria formazione …per poi poltrire nel proprio bel salotto di casa, appunto su una comoda poltrona! Non posso non pensare a 1 Pt 3,15 (un altro passo che vi raccomando di tener sempre presente).
Potremmo avere anche un terribile dubbio. Dio ci …usa: Pietro gli era utile nel capitolo 12 degli Atti perché doveva svolgere ancora il suo ministero ma quando, alla fine, ha fatto ciò che gli era stato chiesto, il Signore l’ha lasciato in balia dei suoi nemici.
Non dimentichiamo mai che al centro del cristianesimo c’è la vera visione di libertà e liberazione. Noi siamo creati liberi solo per fare il bene, per amare Dio e il prossimo. Abbiamo bisogno di essere liberati dall’unico vero male, che è il peccato, affinché appunto possiamo compiere il disegno che Dio ha su di noi. In questo e solo in questo consistono la nostra vera felicità e la nostra autentica realizzazione. Vi prego di notare che tutto ciò corrisponde al Vangelo di domenica scorsa (Mt 10,38-39). La morte, anche la più dolorosa, non distrugge tutto questo, perché noi siamo creati per il Paradiso.