Stasera, come già ho fatto altre volte, vi spedisco il commento di papa Benedetto alle letture di questa domenica (2Re 4,8-11.14-16a; Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42). Si tratta di un’omelia di 15 anni fa, ma rimasta inedita fino a pochi mesi fa. Io resto letteralmente stupito, senza fiato, dinanzi a tanta sapienza, luce e profondità
«Cari amici,essendo noi discepoli di Cristo, oggi il Signore ci propone nel Vangelo alcune regole per la vita del discepolo, che sono regole di vita cristiana. La prima. “Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me e chi ama il figlio e la figlia più di me non è degno di me”.
Dietro questa parola sentiamo echeggiare una sentenza dei rabbini, i quali affermavano che, in caso di conflitto fra l’obbedienza alla Torah e l’amore alla famiglia, la preferenza va data alla Torah, perché un amore famigliare che contro la Torah, contro la grande legge di Dio e la Parola di Dio, non può essere ancora un amore vero. Il vero inizio della strada da prendere proviene dalla Torah, la quale è quindi da preferire anche all’amore verso il padre, la madre, il figlio, la figlia. ..La novità della Parola del Signore consiste nel fatto che Lui sostituisce la Torah con se stesso: Egli stesso è la Torah vivente, e la Parola incarnata di Dio! Gesù è la vera legge di Dio e quindi, in caso di conflitto, la preferenza è sempre da dare all’amore di Cristo, alla sua chiamata. Questo non distrugge la famiglia, al contrario ci dà i fondamenti del vero amore in famiglia. Sappiamo come, per tutti i secoli tanti santi, amando la chiamata di Gesù, hanno anche rinunciato all’amore verso la famiglia con sofferenza, con dolore, ma proprio così hanno costruito nuove famiglie e la nuova famiglia di Dio, la famiglia di Cristo.Detto questo, vediamo anche che questa è una delle parole con le quali Gesù ha fondato la Chiesa. Oggi vi sono tendenze secondo cui Gesù non avrebbe voluto fondare la Chiesa, ma solo predicare il Regno di Dio. Chi ascolta attentamente le parole di Gesù vede invece come Lui permanentemente crea, fonda la sua nuova famiglia, la Chiesa.
Israele, come popolo, era fondato sulla Legge, sulla Torah: la Legge era il legame che ha creato questo popolo come popolo; ma il fatto che la Legge era nello stesso tempo una legge nazionale e divina ha anche, per così dire, messo dei limiti alla volontà, alla Parola di Dio, alla legge di Dio nel mondo. Mentre Gesù, sostituendo la Torah con se stesso, quale Figlio di Dio, allarga, crea la grande famiglia di Dio, basata solo sulla comunione con Lui, sulla fede di Abramo arrivata finalmente alla sua pienezza nella comunione con Gesù. Con queste parole, Gesù universalizza il Vecchio Testamento: la Parola di Dio si rivolge a tutte le genti e crea la nuova famiglia, fondata sull’amore di Gesù, che poi dà anche la linea corretta e la giusta direzione a tutti gli altri amori.
Poi segue la parola: “Chi avrà trovato la sua vita la perderà e chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà”. Questa è una regola universale, una saggezza universale: chi cerca solo se stesso si perde, e solo uscendo da noi stessi possiamo trovare la vita vera. È la regola che interpreta cos’è l’amore: l’amore è proprio questo esodo da sé, il non chiudersi in se stessi, è lasciare se stessi e donarsi. Quindi, questa regola non dice altra cosa che questo: che l’amore è la regola fondamentale della vita e accettare di perdersi è l’essenza del trovarsi e il cammino della vita intera.
È anzitutto in questo senso che il Signore ha detto: “Chi non prende la sua croce e mi segue non è degno di me”. Gesù dice chiaramente che egli, il Cristo, è anche il Crocifisso e che questo amore preferenziale per Lui è anche accettazione della croce. Egli stesso ci spiega che cosa è la croce. Non è una crudeltà, ma è una purificazione attraverso il dolore: croce è l’espressione dell’autodonazione di Dio, dell’amore più grande possibile; quindi prendere la croce su di sé vuol dire seguire questa regola fondamentale: darsi, donarsi. Questa è la regola dell’amore, che è la regola della vita concretizzata e realizzata da Dio stesso nel suo Figlio morto per noi, donatosi a noi. E, proprio così, diventiamo figli di Dio, immagine di Dio: prendendo su di noi la croce come Cristo, cioè accettando questo esodo da noi stessi che è l’amore, che è la vita vera.
Ma c’è un’altra sfumatura importante: Gesù non dice semplicemente che chi si perde si trova e che chi si conserva si perde, non dice solo “chi si perde”, ma dice: “Chi si perde per causa mia” troverà la vita. Cioè l’amore deve avere anche l’indirizzo giusto; non possiamo “perderci” per qualunque cosa. Solo perdendoci, solo dandoci totalmente a Colui che è la vita vera e il vero bene, la felicità, cioè Dio, troviamo l`amore vero. Soltanto perdendoci nel grande amore di Cristo, e nello spazio indicato da Cristo, realizziamo veramente questa regola dell’amore, che è la regola della vita. Una regola concretizzata in quel dono di sé con cui Dio stesso si è donato a noi.
Qui il Vangelo coincide con la seconda lettura, presa dalla Lettera ai Romani, dove san Paolo ci offre una teologia del Battesimo. Leggendo questa teologia del Battesimo insieme col Vangelo, vediamo che cosa il Vangelo ci dice sull’amore e sulla redenzione. Ci dice che il Battesimo non è solo una certa purificazione, un lavacro, un bagno, un fatto cosmetico, o forse un fatto sociologico, come l’assunzione in una nuova comunità. Il Battesimo è una cosa molto più radicale: è morte, è perdersi, è purificazione nella morte di Cristo, è entrare nel mistero di Cristo e perdersi con Cristo, in Cristo, per Cristo e, così, diventare una vita nuova. È morte e risurrezione, come dice san Paolo: “Vivo ma non vivo più io, vive Cristo in me” (cfr. Gal 2,20). Egli descrive così la sua conversione a Cristo, la sua biografia spirituale: perdendo tutta la vita passata, il suo proprio io, entrando in questa comunione dei morti con Cristo, Paolo vive e trova la vita vera in questo nuovo io, universalizzato nella comunione con Cristo.Il Battesimo è irripetibile, ma questo non vuol dire che è un momento d’inizio della nostra vita e poi tutto è fatto: è un avvenimento che deve permeare tutta la nostra vita. Nella nostra vita dobbiamo ratificare e, per così dire, applicare, appropriarci del Battesimo, entrare in questo cammino della perdita di noi stessi, della morte in comunione con Cristo e, così, anche della risurrezione a una nuova vita. Dobbiamo capire che teologia dell’amore, teologia del Battesimo e cristologia sono una cosa sola: è comunione con il Dio che ci plasma secondo la sua immagine, l’immagine della Croce, cioè l’autodonazione di sé.
Nell’ultima parte del Vangelo troviamo diverse dimensioni che riguardano l’apostolato. Ne metto in luce solo una, che è anche un capitolo sull’ospitalità cristiana. Il Vangelo parla a una comunità missionaria, che nello stesso tempo è anche una comunità perseguitata e sospettata; quindi ammonisce i credenti a essere realmente ospitali con i profeti, cioè con i predicatori del Vangelo che hanno bisogno del nostro aiuto. Essere ospitali con i giusti e i piccoli.
Ma queste due parole sono anche una qualificazione del cristiano. Essere cristiano vuol dire vivere la giustizia, essere cristiano vuol dire cioè essere piccolo nella comunione con Cristo, che ha amato soprattutto i piccoli. Così, questo testo ritorna al problema della nuova famiglia di Dio: i cristiani sono una famiglia e devono mostrare nella loro ospitalità per gli altri cristiani, che hanno bisogno di noi, l’ospitalità della famiglia, la comunione della famiglia.
Certo, l’amore cristiano è universale, è per tutti, ma come ci mostra il Signore nel capitolo 25 di Matteo: “Quanto avete fatto a uno di questi piccoli lo avete fatto a me”. I piccoli come tali sono fratelli di Gesù e, pur nell’universalità dell’amore, esiste tuttavia un obbligo per così dire particolare: essere aperti soprattutto ai familiari. Oggi, in un mondo dove di nuovo la Chiesa soffre e ha problemi nella sua missione, ha problemi con un mondo che sospetta del suo operare, questa ospitalità, questa familiarità tra i cristiani come espressione del nostro essere famiglia di Cristo, diventa di nuovo necessaria nelle occasioni che il Signore ci offre.Alla fine, preghiamo il Signore perché diventiamo realmente suoi fratelli e sorelle, perché crescano in noi non solo l’ospitalità e la famiglia di Dio, ma il suo amore che ci rende immagine stessa di Dio. Amen!» (BENEDETTO XVI, Omelia, 13-2-2011, in «Dio è la vera realtà». Omelie inedite 2005-2017. Tempo ordinario, Libreria Editrice Vaticana 2025, pp. 151-155).
Provo semplicemente a sottolineare ciò che più mi ha colpito.Ci viene detto cos’è l’amore e cos’è la croce e come e perché sono legati in modo indissolubile. Non posso amare se non so vivere la sofferenza seguendo Gesù; non posso pensare di essere cristiano se non vivo la croce con Gesù; la sofferenza non ha alcun valore e senso se non vivo tutto all’interno del progetto che Gesù ha su di me.
Siamo chiamati a perderci, ma dobbiamo vedere l’obiettivo, lo scopo, il senso di questa “perdita” (vi segnalo Fil 2,7).Abbiamo la possibilità di riflettere sul nostro Battesimo: è al tempo stesso irripetibile, ma deve permeare tutta la nostra vita. È al tempo stesso vita e morte. Ne sono consapevole?Infine, urge una verifica sul punto seguente: «questa familiarità tra i cristiani come espressione del nostro essere famiglia di Cristo». Nella mia parrocchia di Battipaglia avrò detto circa 2000 volte che i “cattolici saltellanti” sono la negazione del cristianesimo, che solo se mi dono a una comunità cristiana concreta posso pensare di iniziare un minimo di vita cristiana. Purtroppo la mia esperienza mi dice che sono tante le famiglie del tutto inconsistenti, vuote, spaccate. Invece, quelle più o meno unite sono spesso chiuse verso le altre famiglie della comunità parrocchiale, tranne qualche (raro) legame di simpatia e di affetto.