Pensiero serale 28-03-2026

Il Vangelo di questa domenica è molto particolare. Forse, più che ricorrere a qualche commento, è bene meditare a lungo, in silenzio, i capitoli dedicati da san Matteo al racconto della passione di Gesù. Ecco comunque le riflessioni di padre Cantalamessa.

«La Domenica delle Palme è l’unica volta, a parte il Venerdì Santo, che si legge il Vangelo della Passione di Cristo nel corso di tutto l’anno liturgico. Una volta, durante la Settimana Santa, si partecipava a processioni, “via crucis”, prediche quaresimali. In molti paesi e regioni sono ancora molto sentite la processione del Cristo morto e altre tradizioni legate alla passione di Cristo. Ma forse per molti questa è l’unica occasione in cui dedicare un po’ di tempo e di attenzione alla passione di Cristo che è il culmine della storia della salvezza.
La lunghezza insolita del brano evangelico (l’intero racconto della passione secondo Matteo) non consente di tenere una lunga omelia. Ci limitiamo a suggerire una chiave di lettura del racconto della passione che ci permetta di giungere meno impreparati alla Pasqua di risurrezione.
Quello che la Chiesa celebra nella Settimana Santa che ha inizio oggi non è un semplice anniversario, ma un mistero. Nella celebrazione “a modo di anniversario”, spiega sant’Agostino, non si richiede altro se non di “indicare con una solennità religiosa il giorno in cui ricorre il ricordo dell’avvenimento stesso”; celebrazione a modo di mistero, “non solo si commemora un avvenimento ma lo si fa pure in modo che si capisca il suo significato e lo si accolga santamente”.
Non si tratta dunque solo di assistere a una rappresentazione, ma di “accoglierne” il significato, di passare da spettatori ad attori. Sta a noi scegliere quale parte vogliamo rappresentare nel dramma, chi vogliamo essere: se Pietro, o Giuda, o Pilato, o la folla, se il Cireneo, se Giovanni, se Maria. Nessuno può rimanere neutrale; non prendere posizione, è prenderne una ben precisa: quella di Pilato che si lava le mani, o della folla che da lontano “stava a vedere” (Lc 23,35). Tra i personaggi della passione con i quali possiamo identificarci, uno che più di tutti aspetta chi ne segua l’esempio è il buon ladrone che confessa il suo peccato e invoca la misericordia di Gesù. Ricordiamo l’antico precetto della Chiesa: “Confessarsi almeno a Pasqua” …
Si tratta di “accogliere” il significato per noi del mistero. Questo è avvenuto “sacramentalmente” nel battesimo, ma deve avvenire “consapevolmente” sempre di nuovo nella vita. Dobbiamo, prima di morire, avere il coraggio di fare un colpo di audacia, quasi un colpo di mano: appropriarci della vittoria di Cristo. Ascoltiamo un dottore della Chiesa. “Io ̶ scrive san Bernardo ̶ , quello che non posso ottenere da me stesso, me lo approprio (alla lettera, lo “usurpo”!) con fiducia dal costato trafitto del Signore, perché è pieno di misericordia. Mio merito, perciò, è la misericordia di Dio. Non sono certamente povero di meriti, finché lui sarà ricco di misericordia. Che se le misericordie del Signore sono molte (Sal 119,156), io pure abbonderò di meriti. E che ne è della “mia” giustizia? O Signore, mi ricorderò soltanto della “tua” giustizia. Infatti, essa è anche la mia, perché tu sei per me giustizia da parte di Dio” (1Cor 1,30).
Il pubblicano della parabola salì al tempio a pregare; disse semplicemente, ma dal profondo del cuore: “O Dio, abbi pietà di me peccatore!”, e “tornò a casa giustificato” (Lc 18,14), riconciliato, fatto nuovo, innocente. Lo stesso, se abbiamo la sua fede e il suo pentimento, si potrà dire di noi tornando a casa dopo questa liturgia.
I Padri della Chiesa hanno racchiuso in una immagine il mistero che la Chiesa celebra in questi giorni. Immagina, dicono, che si sia svolta, nello stadio, un’epica lotta. Un valoroso ha affrontato il crudele tiranno che teneva schiava la città e, con immane fatica e sofferenza, lo ha vinto. Tu eri sugli spalti, non hai combattuto, non hai né faticato né riportato ferite. Ma se ammiri il valoroso, se ti rallegri con lui per la sua vittoria, se gli intrecci corone, provochi e scuoti per lui l’assemblea, se ti inchini con gioia al trionfatore, gli baci il capo e gli stringi la destra; insomma, se tanto deliri per lui, da considerare come tua la sua vittoria, io ti dico che tu avrai certamente parte al premio del vincitore. Ma c’è di più: supponi che il vincitore non abbia alcun bisogno per sé del premio che ha conquistato, ma desideri, più di ogni altra cosa, vedere onorato il suo fautore e consideri quale premio del suo combattimento l’incoronazione dell’amico, in tal caso quell’uomo non otterrà forse la corona, anche se non ha né faticato né riportato ferite? Certo che l’otterrà!
Così, dicono questi Padri, avviene tra Cristo e noi. Cristo è l’eroe che sulla croce ha lottato e ha vinto il grande tiranno, “il principe di questo mondo”. “Le nostre spade non sono insanguinate, non siamo stati nell’agone, non abbiamo riportato ferite, la battaglia non l`abbiamo neppure vista, ed ecco che otteniamo la vittoria. Sua è stata la lotta, nostra la corona. E poiché siamo stati anche noi a vincere, imitiamo quello che fanno i soldati in questi casi: con voci di gioia esaltiamo la vittoria, intoniamo inni di lode al Signore” (san Giovanni Crisostomo). Non si potrebbe spiegare in modo migliore il senso del mistero pasquale che in questa settimana celebriamo» (CANTALAMESSA RANIERO, La Parola di Cristo. Commenti alle letture bibliche delle domeniche e delle feste dell’anno liturgico A, San Paolo, Cinisello Balsamo 2025, pp. 66-68).

Dobbiamo assolutamente evitare la neutralità da cui ci mette giustamente in guardia il teologo cappuccino. Vi ricordo due passi: Mt 26,58 (Pietro seguiva Gesù da lontano) e Lc 23,35 (la folla “stava a vedere”). Era una distanza non solo geografica, ma anche psicologica, etica. Ognuno si chieda: in che modo io posso schierarmi con coraggio e dedizione dalla parte di Gesù? Ovviamente tutto questo poi non può non concretizzarsi nei rapporti con gli altri: in famiglia, in parrocchia, nella vita sociale…
Auguro a me e a voi di cercare di imitare il buon ladrone e il pubblicano della parabola ricordata da padre Cantalamessa (cfr. Lc 18,9-14).