Il pensiero di stasera (come già altre volte in precedenza) è dedicato esclusivamente alla Prima Lettura della s. Messa di oggi (2 Sam 6,12-19). Il tema è piuttosto particolare: il “sacrificio”. Siamo aiutati a intendere in modo del tutto diverso questa parola.
«Il racconto della Prima lettura può aiutarci a capire il vero significato del sacrificio e a correggere le nostre idee sbagliate su di esso. Istintivamente noi pensiamo che il sacrificio sia una privazione, una rinuncia, e il termine stesso ha per noi una connotazione negativa.
Nel racconto del Secondo libro di Samuele, invece, esso è gioia, festa ed esultanza. Davide offre sacrifici, e li offre con gioia; dopo aver trasportato l’arca dell’alleanza a Gerusalemme ̶ “alla città di Davide”, dice il testo ̶ , immola vittime e danza con tutte le forze davanti al Signore. L’impressione che ne deriva non è certo di tristezza, ma di una grande gioia,
Il vero sacrificio non è privazione, ma è un’azione positiva, già secondo il suo significato di offerta a Dio. Infatti quando vogliamo bene a una persona e vogliamo offrirle qualcosa, non proviamo tristezza, ma gioia nel fare questa offerta, e l’eventuale aspetto di privazione che ne deriva è secondario. Lo stesso avviene nei riguardi di Dio: il nostro sacrificio è un’offerta che facciamo consapevolmente a lui; perciò lo facciamo con gioia.
Ma, in un senso più profondo, il sacrificio non è un dono che noi facciamo a Dio, bensì è un dono che noi riceviamo da lui. È Dio stesso, infatti, che agisce nel sacrificio: noi con le nostre forze non siamo capaci di fare un sacrificio. Che cos’è infatti un sacrificio? È un atto che rende sacra una cosa; sacrificare significa “rendere sacro”. E questo può farlo soltanto Dio; soltanto lui può santificare una cosa. Trasformandola con la sua santità, egli la rende sacra. Questo dunque è il vero sacrificio: la trasformazione della nostra offerta operata da Dio stesso.
Una sofferenza di per sé non è un sacrificio, è una realtà negativa. Essa però diventa sacrificio quando è trasformata da Dio, che infonde in essa la sua grazia, rendendola un gesto di generosità e di amore. E questo è per noi un motivo di profonda gioia, una trasformazione dell’anima che si apre alle grazie del Signore.
D’altra parte, per il sacrificio non è necessario che ci sia sofferenza, perché nel suo significato profondo il sacrificio è un dono di grazia che apre l’anima a Dio. Così anche tutte le nostre gioie dovrebbero essere offerte a Dio, perché egli le trasformi e le renda sacre, ed esse così, invece di essere semplicemente gioie umane, diventano mezzi di unione con lui. In questo modo sono veri sacrifici.
Noi non siamo abituati a pensare che una gioia offerta a Dio sia un vero sacrificio; per questo dobbiamo correggere il nostro modo di pensare spontaneo. Con la grazia di Dio dobbiamo giungere a considerare il sacrificio un atto positivo e a realizzarlo in tutte le nostre azioni, senza pensare a privazioni, sofferenze, rinunce, ma al dono di Dio che trasforma la nostra vita in offerta spirituale a lui gradita» (VANHOYE ALBERT, Il pane quotidiano della Parola, volume II – Tempo ordinario/1, Edizioni AdP, Roma 2015, pp. 55-56).
Vi invito a meditare anche Sal 51 (50), 18-21 e Mt 9,13. Forse il significato profondo è un invito all’amore e alla gioia, sempre a partire dalla gratuita iniziativa di Dio.