Pensiero serale 26-12-2025

Da molti anni penso che la festa del Natale sia molto più “pericolosa” della Pasqua. È difficile (ma non impossibile, purtroppo!) dinanzi al Cristo risorto non soffermarsi sulla sua crocifissione, mentre temo che sia molto facile e frequente vivere il Natale in modo del tutto superficiale, travolti da viaggi, spese, regali, vacanze, luci, banchetti e distrazioni varie. Non posso non ammirare le varie forme di volontariato, di servizio ai poveri, ma resto del parere che non è facile cogliere il vero senso del Natale senza limitarsi ad osservare un bel presepe, un luminoso albero e magari accontentarsi di un po’ di emozioni dinanzi al Bambino. In questo senso, ritengo provvidenziale che subito dopo il Natale ci venga presentata la figura di santo Stefano (con la sua terribile lapidazione). Ripeto. Chi si limita a un Natale puramente mondano non potrà mai cogliere il profondo legame con la festa di santo Stefano. Le parole pronunciate stamattina dal Papa ci possono aiutare molto.

«Oggi è il “natale” di Santo Stefano, come usavano dire le prime generazioni cristiane, certe che non si nasce una volta sola. Il martirio è nascita al cielo: uno sguardo di fede, infatti, persino nella morte non vede più soltanto il buio. Noi veniamo al mondo senza deciderlo, ma poi passiamo attraverso molte esperienze in cui ci è chiesto sempre più consapevolmente di “venire alla luce”, di scegliere la luce. Il racconto degli Atti degli Apostoli testimonia che chi vide Stefano andare verso il martirio fu sorpreso dalla luce del suo volto e delle sue parole. È scritto: “E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo” (At 6,15). È il volto di chi non se ne va indifferente dalla storia, ma la affronta con amore. Tutto ciò che Stefano fa e dice ripresenta l’amore divino apparso in Gesù, la Luce brillata nelle nostre tenebre.

Carissimi, la nascita fra noi del Figlio di Dio ci chiama alla vita di figli di Dio: la rende possibile, con un movimento di attrazione sperimentato fin dalla notte di Betlemme dalle persone umili come Maria, Giuseppe e i pastori. Ma quella di Gesù e di chi vive come Lui è anche una bellezza respinta: proprio la sua forza calamitante ha suscitato, fin dall’inizio, la reazione di chi teme per il proprio potere, di chi è smascherato nella sua ingiustizia da una bontà che rivela i pensieri dei cuori (cfr Lc 2,35). Nessuna potenza, però, fino a oggi, può prevalere sull’opera di Dio. Dovunque nel mondo c’è chi sceglie la giustizia anche se costa, chi antepone la pace alle proprie paure, chi serve i poveri invece di sé stesso. Germoglia allora la speranza, e ha senso fare festa malgrado tutto.

Nelle condizioni di incertezza e di sofferenza del mondo attuale sembrerebbe impossibile la gioia. Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici. Il cristiano però non ha nemici, ma fratelli e sorelle, che rimangono tali anche quando non ci si comprende. Il Mistero del Natale ci porta questa gioia: una gioia motivata dalla tenacia di chi già vive la fraternità, di chi già riconosce attorno a sé, anche nei propri avversari, la dignità indelebile di figlie e figli di Dio. Per questo Stefano morì perdonando, come Gesù: per una forza più vera di quella delle armi. È una forza gratuita, già presente nel cuore di tutti, che si riattiva e si comunica in modo irresistibile quando qualcuno incomincia a guardare diversamente il suo prossimo, a offrirgli attenzione e riconoscimento. Sì, questo è rinascere, questo è venire nuovamente alla luce, questo è il nostro Natale!

Preghiamo ora Maria e la contempliamo, benedetta fra tutte le donne che servono la vita e oppongono la cura alla prepotenza, la fede alla sfiducia. Maria ci porti nella sua stessa gioia, una gioia che dissolve ogni paura e ogni minaccia come si scioglie la neve al sole» (LEONE XIV, Angelus 26-12-2025).

Mi limito ad aggiungere quale piccola riflessione.

Il Natale non ha alcun senso, se non ci rendiamo conto che siamo chiamati a condividere la vita di Gesù e, in questo senso, santo Stefano, morendo, rafforza e non perde la vera Vita (cfr. Gv 17,3).

«In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,24-25).

Il valore del martirio non dipende dalla sofferenza, ma dal fine che io attribuisco alla sofferenza, dal modo con cui vivo il dolore. Ha affermato sant’Agostino: «Martyres non facit poena sed causa» (Esposizioni sui Salmi 34,13), ossia «ciò che rende martiri non è il supplizio ma la causa della morte».

Posso anche soffrire maledicendo chi è causa del mia sofferenza o invidiando chi sta bene e disperandomi.

Infine, non dimentichiamo che la nascita di Gesù ha il solo scopo di offrirci la possibilità di conformarci a Lui e non è possibile seguire e imitare Gesù, se non imparando la difficile, ma altissima arte del perdono.