Il commento di padre Vanhoye alle letture della s. Messa d oggi (Ag 1,15-2,9; Lc 9,18-22) mi sembra più lungo del solito. Perciò ho pensato di “risparmiarvi” il mio “commento al commento”, per non aumentare ulteriormente il vostro lavoro. Spero che queste riflessioni vi aiutino nel vostro cammino spirituale. Conto di effettuare domani un ulteriore approfondimento.«Per noi è sempre una cosa buona ascoltare l’incoraggiamento del Signore. Nella prima lettura egli dice: “Coraggio Zorobabele […], coraggio, Giosuè, figlio di Iosadàk, sommo sacerdote; coraggio, popolo tutto del paese, […] e al lavoro, perché io sono con voi”. Non c’è incoraggiamento più grande e più efficace di questo: “Io sono con voi. […] Il mio spirito sarà con voi, non temete”.In quali circostanze Dio opererà con noi, ce lo fanno capire le due letture di oggi, che in un certo senso sono complementari. Esse ci fanno pensare alle regole che Sant’Ignazio dà negli “Esercizi spirituali” per il tempo della desolazione e per quello della consolazione. Quando ci sentiamo consolati, pieni di coraggio e di ottimismo, dobbiamo pensare alla desolazione che verrà in seguito e prepararci ad affrontarla.Il Vangelo di oggi sembra illustrare questa regola. È un Vangelo di consolazione, perché è la rivelazione di Gesù Messia. Gesù provoca la dichiarazione entusiasta dei suoi discepoli: “Tu sei il Cristo di Dio!”. Ma subito dopo proibisce di dirlo in giro, e rivela che egli deve percorrere una via di sofferenza e di morte.La regola che sant’Ignazio dà per il tempo della desolazione dice che in questo tempo dobbiamo pensare alla consolazione che verrà dopo; dobbiamo sapere che la desolazione non durerà a lungo; che Dio ci aiuterà, anzi che ci sta già aiutando e che quindi possiamo andare avanti con fiducia e perseveranza.Questo è anche l’insegnamento della prima lettura. Gli ebrei si trovano in un momento di scoraggiamento, e Dio dice loro: “Chi rimane ancora tra voi che abbia visto questa casa nel suo primitivo splendore? Ma ora in quali condizioni la vedete? In confronto a quella non è forse ridotta a un nulla ai vostri occhi?”. Gli Ebrei sono tornati dall’esilio con grandi progetti e con grandi ambizioni. Avevano intenzione di costruire il tempio di Dio, e la loro fantasia era piena delle descrizioni del tempio di Salomone e della sua gloria. Non solo, ma fra loro c’erano anziani che avevano visto quel tempio prima che venisse distrutto, ed erano delusi di come stavano andando le cose: la ricostruzione era ostacolata da mille difficoltà; non c’erano i mezzi adeguati per fare qualcosa di grande e di bello. Il profeta constata amaramente: “[Questa casa non è forse ridotta a un nulla?”.Eppure, in queste circostanze desolanti, giunge a tutti un messaggio di consolazione da parte di Dio: “Coraggio – egli dice -, io sono con voi, io lavoro con voi”. Dio promette di scuotere il cielo e la terra, il mare e la terraferma per far affluire a questo tempio povero tutti i tesori delle nazioni: “La gloria futura di questa casa sarà più grande di quella di una volta, dice il Signore degli eserciti; in questo luogo porrò la pace”.Per capire questo oracolo di Dio, dobbiamo riferirci ancora al vangelo e al mistero di Gesù. Non si tratta soltanto di circostanze esterne sfavorevoli, ma è davvero necessario che il tempio sia ricostruito nell`umiltà e con una grande sofferenza. Gesù dichiara: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto”. “Deve”: quindi si tratta di una necessità; è necessario che egli sia rifiutato, messo a morte e che risusciti il terzo giorno. La profezia di Aggeo si realizza allora pienamente nel nuovo tempio di Dio, che è il corpo di Gesù. È nel corpo di Gesù che noi possiamo incontrare Dio. Non solo, ma in esso tutti insieme formiamo il vero tempio di Dio.Perché questo tempio potesse essere costruito, erano necessarie la sofferenza e l’umiliazione di Gesù; era necessario che egli soffrisse per entrare nella sua gloria.Questa necessità si manifesta anche nella nostra esistenza umana: è necessario che anche noi attraversiamo periodi di difficoltà e di umiliazione, perché il nostro amore sia purificato e la nostra offerta sia veramente degna di Dio. Allora, invece di scoraggiarci per le difficoltà, dobbiamo accrescere la nostra fiducia in Dio, perché queste difficoltà e umiliazioni sono un segno che egli opera in noi.Oggi ci capita spesso di ascoltare considerazioni simili a quelle del profeta Aggeo. Ci sono persone che si lamentano della situazione della Chiesa: “Prima, sì, le cose andavano bene… Ora non si capisce più dove stiamo andando!”. E quello che si dice nella Chiesa, lo si dice anche della vita religiosa e di tante altre realtà religiose. Non dobbiamo scoraggiarci, ma dobbiamo tornare continuamente al mistero di Cristo. Dobbiamo vivere con umiltà e fiducia, sapendo che Dio è con noi, che il suo Spirito è in noi, e che non c’è da temere.Certo, perché Dio sia con noi è necessario che anche noi siamo con lui, nella docilità al suo Spirito: una docilità che non si esprime nell’ingenuo ottimismo di chi non vuole vedere la realtà, ma nell’ottimismo della fede, nell’ottimismo di chi, nella sua vita concreta, aderisce al mistero di Cristo”» (VANHOYE ALBERT, Il pane quotidiano della Parola, volume III – Tempo ordinario/2, Edizioni AdP, Roma 2015, pp. 162-164).