Pensiero serale 26-02-2026

Il Vangelo della s. Messa di oggi ci invita a riflettere sulla preghiera, come già martedì scorso. Ora vi do un commento che collega in modo semplice e profondo la I lettura (Is 55, 10-11) e il Vangelo (Mt 6,7-15) appunto di due giorni fa.

«Pregare è oggi, per molti cristiani, una difficile impresa. C’è chi la elude dicendo che non serve o che “lavorare è pregare”; chi l’accantona scusandosi di non trovare il tempo e chi riconosce la difficoltà come reale, ma evita di affrontarla perché non sa che cosa dire. Non mancano neppure, fra i più devoti, coloro che “sprecano parole come i pagani”, perché si accaniscono a domandare cose buone solo in apparenza. Per tutti, Gesù sposta il centro del problema: non si tratta di pregare per soddisfare determinati bisogni, ma di scoprire che Dio è Padre e chiama alla comunione d’amore con lui e, in lui, con tutti gli uomini. Pregare allora non è più questione di cose da dire, bensì di amore, che si esprime nelle parole, ma anche nel silenzio, e progressivamente avvolge tutta la vita rendendola un’unica, incessante preghiera.
La Parola efficace che, mandata da Dio sulla terra, ritorna a lui dopo aver compiuto il suo disegno, s’è fatta carne, è Gesù: ogni sua parola, perciò, è carica di una straordinaria potenzialità. Ed egli ci dice: “Voi pregate così: Padre nostro”. Chiediamo, dunque, a Cristo di insegnarci a ripetere la preghiera con il suo stesso cuore, cresca in noi, giorno dopo giorno, l’amore filiale e fiducioso verso il nostro Padre celeste e con la preghiera cresca la carità, che si fa perdono verso ogni fratello. Allora la nostra terra, resa feconda dalla Parola, darà frutti di vita nuova, darà pane di misericordia per saziare la fame di tutti gli uomini» [ANNA M. CÀNOPI e COMUNITÀ DELL’ABBAZIA BENEDETTINA “MATER ECCLESIAE”, ISOLA SAN GIULIO, Oratio, in GIORGIO ZEVINI – PIER GIORDANO CABRA (a cura di), Lectio divina per ogni giorno dell’anno, Queriniana, Brescia 2000, vol. 3, p. 75].

Oggi ho letto un pensiero bellissimo di un autore tedesco poco conosciuto, Angelo Silesio (vissuto nel XVII secolo e convertito dal Protestantesimo al Cattolicesimo): «Dio che è grande ama dare preferibilmente grandi doni, siamo noi purtroppo che abbiamo il cuore troppo piccolo per riceverli».

Già martedì scorso vi ho dato alcuni miei pensieri sul grande tema della preghiera. Ora ve ne do un altro.
Sono sicuro che la preghiera debba avere due caratteristiche di fondo: anzitutto è puro dono di Dio. È Lui che ci consente di pregare, noi da soli non potremmo mai elevarci a Lui. Perciò vi segnalavo e vi raccomandavo Lc 11,13. Ora aggiungo un’altra piccola idea, che nasce dalla mia esperienza personale ed esprime una delle mie convinzioni più profonde. La preghiera, per essere davvero cristiana, non consiste in un semplice rivolgersi a Dio, magari chiedendogli qualcosa, ma è un incontro, incontro tra due persone. Come in ogni incontro tra persone, non possiamo mai sapere in anticipo ciò che l’altra persona ci chiederà o ci proporrà o ci donerà (Is 55,8-9 esprime molto bene ciò che cerco di dirvi). Se leggiamo con costanza la Sacra Scrittura, abbiamo innumerevoli esempi che confermano ciò che vi sto dicendo.
Molti anni fa consigliai a una persona di trascorrere alcuni giorni di silenzio e di preghiera nella foresteria di un monastero benedettino. Dopo alcuni giorni la persona, del tutto scoraggiata, mi telefonò e mi confidò che Gesù non le aveva detto nulla. Io, forse con poca gentilezza, le risposi che, se avesse introdotto delle monete in un distributore di bibite, avrebbe avuto l’aranciata o l’acqua minerale, ma Dio è a un livello leggermente diverso.
Sempre alcun decenni fa, durante un corso di esercizi spirituali, nei primi due giorni soffrii aridità, buio, amarezza, solitudine. All’improvviso sentii di nuovo la luce, l’amore, la dolcezza, la tenerezza, quasi la “voce” di mio Padre. Forse quella esperienza così intensa e non certo facile (e che conservo continuamente nel mio cuore) voleva dirmi, da parte del Signore: “Caro Marcello, non dimenticare mai che la luce, che così spesso ti do, non è frutto né del tuo impegno né della tua intelligenza né del tuo studio, ma è un puro dono mio e te la do per consolarti e perché tu possa essere al servizio dei fratelli in modo fecondo”.