In questi giorni tutti ci fermiamo dinanzi al presepe. Ovviamente i vari presepi hanno le caratteristiche più di diverse. L’essenziale di ogni presepe è costituito dalla Santa Famiglia. Talvolta mi sono chiesto il senso degli altri personaggi: i vari mestieri, i pastori, le case, le botteghe… Penso che presentare nel presepe non solo Gesù, Maria e Giuseppe, ma anche vari altri personaggi sia legato al mistero dell’Incarnazione: un Dio che sceglie di stare con gli uomini, con le loro storie, accanto alle loro famiglie, nei loro luoghi di lavoro. Forse ricorderete che il pensiero, che vi ho spedito lo scorso 2 dicembre, voleva aiutarci proprio a riflettere su quella che può essere giustamente chiamata la “spiritualità dell’Incarnazione”. Pochi giorni fa su questo tema papa Leone ha rivolto parole molto interessanti a coloro che lavorano in quello Stato del tutto particolare che è la Città del Vaticano.
«Nel presepe, l’immaginazione popolare ha spesso inserito tante figure tratte dalla vita quotidiana, che popolano lo spazio intorno alla grotta. E così, oltre agli immancabili pastori, protagonisti dell’evento secondo il Vangelo, possiamo trovare le statuine che raffigurano diversi mestieri: il fabbro, l’oste, la locandiera, la lavandaia, l’arrotino, e così via. Naturalmente sono mestieri di una volta: alcuni di essi sono spariti oppure totalmente trasformati. Comunque mantengono il loro significato all’interno del presepe. Ci ricordano che tutte le nostre attività, le nostre occupazioni quotidiane acquistano il loro senso pieno nel disegno di Dio, che ha il suo centro in Gesù Cristo. È come se Gesù Bambino, dalla mangiatoia dov’è adagiato, benedicesse tutto e tutti. La sua presenza mite e umile diffonde ovunque la tenerezza di Dio. Mentre Maria e Giuseppe adorano il Bambino e i pastori si avvicinano pieni di meraviglia, gli altri personaggi compiono i loro gesti quotidiani. Sembrano distaccati dall’avvenimento centrale, ma non è così: in realtà, ognuno vi partecipa proprio così com’è, stando al suo posto e facendo quello che deve fare, il suo mestiere. Mi piace pensare che possa essere così anche per noi, nelle nostre giornate lavorative: ciascuno di noi svolge il suo compito e diamo lode a Dio proprio facendolo bene, con impegno. A volte si è talmente presi dalle occupazioni che non si pensa al Signore o alla Chiesa, ma il fatto stesso di lavorare con dedizione, cercando di dare il meglio, e anche – per voi laici – con amore per la vostra famiglia, per i figli, questo dà gloria al Signore» (LEONE XIV, discorso ai dipendenti della Curia romana, del Governatorato e del Vicariato di Roma, e ai i familiari, 22-12-2025).
Avrei molto da aggiungere, ma ho sempre il timore di “affaticarvi” troppo. Mi limito a condividere un pensiero che molto spesso torna nella mia mente e nel mio cuore. Le nostre giornate sono quasi sempre occupate da varie attività, ma forse ciò che facciamo conta molto meno del modo, dell’intenzione con cui lo facciamo. Io sono certo di compiere ciò che vale di più: per esempio, celebrare la s. Messa e confessare, ma davanti a Dio vale di più un uomo che svolge un lavoro umilissimo o magari non può far nulla in quanto costretto a letto da una malattia rispetto a un sacerdote che esercita il suo ministero con poco amore, poca umiltà, poca unione col Signore.