Pensiero serale 25-01-2026

Stasera vi do un commento al Vangelo di questa domenica, che ritengo un autentico gioiello. È l’omelia pronunciata da papa Benedetto quattro anni dopo le sue dimissioni e da pochissimo tempo pubblicata. Siamo aiutati a intendere in modo profondo alcuni aspetti essenziali della vita cristiana. Come sempre, se qualcuno ha dei dubbi, resto a disposizione, soprattutto sulla differenza tra moralismo e moralità.

«Cari amici,
nel Vangelo di oggi abbiamo ascoltato i primi passi della vita pubblica di Gesù, in cui appaiono subito i due concetti fondamentali della vita cristiana: conversione ̶ “Convertitevi” ̶ e chiamata: “Seguitemi”. Vorrei meditare un po’, con voi su questi due concetti.
Conversione: che cosa è? Penso che l’idea generale della conversione sia quella di un fatto morale, cioè il passaggio da una vita amorale e areligiosa a una vita morale e religiosa. La conversione di Agostino è per la gente normale il modello di una vita amorale, religiosamente vaga› che si converte a una vita morale. Ma questa non è la concezione giusta, perché il cristianesimo di per sé non è un moralismo, un atto morale.
Oggi gli esegeti dicono quasi unanimemente che in San Paolo non si può parlare di conversione, perché Paolo era già un uomo morale, viveva esattamente tutti i precetti, era già un uomo con la retta religione dei suoi padri; perciò non si dovrebbe parlare di conversione. Ma qui si vede l’errore fondamentale, il concetto sbagliato della conversione, che non è un fatto morale, così come il cristianesimo è altra cosa che un moralismo.
Paolo stesso, descrivendo la parola “dikaiosune” ̶ cioè “giustizia” ̶ , ci dice; «Vivo, ma non più io; un altro vive in me” (cfr. Gal 2,20). Cioè è totalmente rinnovato nella sua vita; non si tratta di un cambiamento morale o immorale, egli è un altro io, è una nuova nascita; si va fino al fondo dell’essere in una nuova nascita, in un nuovo essere.
Possiamo anche dire che è una storia d’amore: un altro entra nella mia vita, in modo tale che devo aprirmi, uscire da me; in questo dialogo, io non vivo più da me stesso, ma dall’altro, in modo tale che io mi do e così divento me stesso. Questo è molto importante. Così possiamo dire che l’essenziale del cristianesimo è la storia di amore, è conversione, è un incontro che mi cambia. Naturalmente non è una storia di amore nel senso di sentimenti che vanno e passano; no, è un essere toccato e un uscire da me stesso per essere con l’altro, vivere con l’altro, dall’altro. Vivo per Dio e vivo nello stesso tempo per tutti gli uomini. Perciò conversione implica sempre non solo questo uscire da me stesso, ma anche l’atto comunionale dell’essere in cammino con la Chiesa, con la comunità, è vivere per gli altri, dall’altro, in questa novità di vita. Così si capisce anche che la conversione non è mai finita: tutta la vita è conversione, nel senso di vivere sempre più in Dio. Penso che, se riflettiamo su questo, possiamo sempre pregare il Signore: “Aiutaci a convertirci, aiutaci a essere via di conversione e a mostrare la gioia della nuova vita per noi e per tutti”.
Secondo concetto: chiamata. Gesù dice a questi due fratelli: “Seguitemi!”. Devono lasciare la loro professione, la loro proprietà, la loro vita. Non erano del tutto poveri. San Pietro dice: “Abbiamo abbandonato tutto”, quindi questo “tutto” esisteva, non erano persone senza niente; erano persone comproprietarie di una cooperativa di pescatori, con gli strumenti, le grandi reti e così via. Gesù dice: “Lasciate la professione, venite con me e lasciate tutto”.
Qui ci troviamo davanti all’inizio del sacerdozio della Chiesa, anche se in questo momento nessuno li chiamerebbe sacerdoti. La parola “sacerdoti” è applicata ai ministri solo nel IV secolo, e qui possiamo anche vedere tutta la differenza del sacerdozio nell’Antico Testamento, nelle altre religioni e in Cristo. Adesso sono chiamati ad andare col Signore, a entrare nella sua strada, a vivere non più la propria professione, ma a essere con Gesù ed essere pescatori di uomini. È un compito del tutto nuovo. Nell’Antico Testamento, nel Libro del Deuteronomio, il sacerdozio è definito con le parole: “Stare davanti a Te e servirti” (cfr. Dt 18,5.7). Queste parole, nel III secolo, sono state inserite nella Preghiera eucaristica della Chiesa. Nella seconda Preghiera eucaristica, preghiamo ancora oggi: “Stare davanti a Te e servirti”. Ma questo non dice tutta la novità del Nuovo Testamento. In san Matteo, c’è una descrizione nuova: “Andate, insegnate, fate discepole tutte le genti” (cfr. Mt 28,19). Questo è il nuovo sacerdozio: andare, portare la luce della Verità, portare l’amore di Gesù alla gente e così rinnovare l’umanità. Così si attua il nuovo culto e si realizza la gloria di Dio.
Oggi abbiamo bisogno più che mai di questi sacerdoti, di questa vocazione. Preghiamo il Signore che molti giovani possano capire che il Signore ha bisogno di noi, che dobbiamo imparare ad andare con il Signore, per dare la luce agli uomini, perché possano divenire cristiani, convertirsi e così veramente far nascere un mondo nuovo.
Preghiamo il Signore in questo momento: che ricominci con noi, che ci doni la conversione e chiami molti giovani generosi per essere suoi, per essere pescatori di uomini. Amen!» (BENEDETTO XVI, Omelia, 22-1-2017, in «Dio è la vera realtà». Omelie inedite 2005-2017. Tempo ordinario, Libreria Editrice Vaticana 2025, pp. 28-30).

Vi porgo qualche piccola domanda su cui ognuno può fare una verifica.
Quali compiti Gesù affidò a discepoli?
I primi discepoli hanno incontrato Gesù, lo hanno visto e ascoltato la sua voce. Io no. In che senso anch’io posso essere discepolo di Gesù e suo testimone?
Perché ho scelto di essere discepolo di Gesù?
In che consiste essere discepolo di Gesù?