Pensiero serale 21-03-2026

Anche per il Vangelo di questa domenica vi do il commento di papa Benedetto. È così denso e profondo che preferisco non aggiungere altro. Cercherò di precisare domani qualche mia riflessione. Per ora vi dico solo che, a mio parere, la questione vera non è la vita dopo la morte, ma il senso della vita. Conta vivere bene qui e l’unico modo per vivere bene è scoprire cos’è davvero l’Amore.

«Domenica scorsa, nel Vangelo del cieco nato, abbiamo visto che l’uomo è l’essere che conosce Dio. Il fatto che l’uomo ha la capacità di conoscere Dio, e così di aprirsi all’Immenso, è la definizione essenziale dell’uomo. Ma abbiamo anche visto quella che potremmo dire la contraddizione interiore dell’uomo, cioè che proprio questo essere, che viene definito come capace di conoscere Dio, è cieco nato e non lo conosce. Infine, abbiamo visto che rimane un desiderio di conoscerlo e che Dio può restituire la vista, guarire la nostra cecità.

Oggi facciamo un passo avanti. Il Vangelo ci dice: l’uomo è l’essere che desidera vivere in eterno, che non vuole morire, che si trova in contraddizione con la morte. Anche questo si può vedere fin dall’inizio della cultura umana. Da quando l’uomo esiste, c’è l’idea del suo accompagnamento nell’altro mondo, l’idea di una vita che dovrebbe continuare e in cui si dovrebbe aiutare l’altro anche dopo la morte fisica. Ma anche in questo caso ci troviamo davanti a una contraddizione fondamentale. L’uomo che – come abbiamo detto ̶ è l’essere che vuol vivere in eterno, che non vuole morire, che è convinto di essere destinato a vivere per sempre, non solo è mortale, ma deve morire, perché tutta la struttura del nostro mondo non permette una vita eterna. Se nessuno morisse, ciò sarebbe catastrofico, per lui e per gli altri. La struttura del mondo è in contraddizione con questa definizione di uomo. Vi è una contraddizione che potremmo dire crudele: l’uomo sembra fatto per vivere sempre, vuole vivere per sempre, ma nello stesso tempo vive in una struttura del mondo dove il morire è essenziale. In un certo senso, questo è anche un beneficio. In occasione della morte di uno dei suoi fratelli, sant’Ambrogio dice, infatti, in una preghiera: “La morte è un beneficio, altrimenti questa vita in eterno sarebbe insopportabile” (AMBROGIO, Sulla morte del fratello Satiro, Libro 2, 132-133).

Che cosa dire? Oggi, nel dialogo con Marta, il Signore risponde a queste domande facendo un nuovo passo nel profondo della realtà umana. Solo così si può superare la contraddizione. Egli dice a Marta: “Tuo fratello risorgerà”; Marta risponde: “Sì, credo nella risurrezione nell’ultimo giorno”; ma Gesù risponde a sua volta: “No, no. Io sono la vita e chi crede in me vive, e, anche se muore esternamente, vivrà in eterno”. Cioè, Gesù dice che non si tratta solo di una vita che comincia per un tempo immenso e non sappiamo quando sarà l’ultimo giorno. No! È una vita che comincia già adesso ed è indistruttibile. E “questa vita sono Io”, dice Gesù. Cioè, “chi crede in me è quasi tenuto da me nella mia mano, quindi non può cadere nella morte”.

All’impossibilità strutturale di vita eterna in questo mondo, dobbiamo aggiungere anche la riflessione sul fatto che forse l’uomo non vuole tanto la vita per sé, quanto per affermare l’altro. Dove due persone si amano, l’amore è una promessa di eternità, e se l’altra persona muore, ci è insopportabile, perché non possiamo lasciarla! Questa struttura della relazione con l’altro è decisiva: il più importante non sono io, perché vorrei che l’altro non mi sia tolto, perché per me l’altro è essenziale per essere in vita.In questo senso, Gesù dice: “Chi crede in me ha la vita eterna già adesso”.

Due punti sono quindi essenziali. Anzitutto, la vita eterna non possiamo averla da noi, ma solo se teniamo per mano l’Altro, se siamo tenuti nella mano dell’Altro che non cade. Cioè, solo l’amore può dare immortalità, solo l’amore di Colui che è l’immortalità di Dio. E quando noi possiamo tenere per mano Dio, anche Lui ci tiene; e la sua memoria non tiene solo un’idea, ma tiene la realtà della nostra vita. Inoltre, questa nuova vita comincia nel momento in cui Dio mi dà la mano e io posso prendere la mano di Dio, cioè già adesso. Questo non dipende dalla struttura biologica, ma dalla struttura dell’amore divino. Per la vita è essenziale la relazione dell’essere tenuti per mano da Dio: noi siamo come fissati nella sua memoria e, proprio cosi, siamo tenuti uniti alla vita; e questa nuova vita comincia nel momento in cui io credo, e durerà per sempre, anche se io muoio esteriormente.Così, vogliamo pregare il Signore, perché ci aiuti a vivere nel suo amore, perché il suo amore è immortale. Vivere nel suo amore non solo per me, ma soprattutto con Lui e, con Lui per tutti quelli che Lui chiama. Ringraziamo il Signore per questa promessa.

Preghiamo perché siamo sempre più capaci di tenere stretta la mano del Signore e così non cadere nel mare, come san Pietro, che sarebbe caduto senza la mano del Signore. Amen!» (BENEDETTO XVI, Omelia, 2-4-2017, in «Il Signore ci tiene per mano». Omelie inedite 2005-2017. Avvento, Quaresima, Pasqua, Libreria Editrice Vaticana 2025, pp. 145-147).