Stasera il commento verte solo sulla Prima Lettura (1 Sam 17) ed è dedicato, in un certo senso, a un solo grande argomento.
«La prima lettura di oggi è una vera lezione di speranza, perché nel combattimento contro Golia, Davide si basa soltanto su Dio, come egli stesso dice: “Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti […]. Il Signore ti farà cadere nelle mie mani”.
Il popolo ebreo si trova in una situazione estremamente pericolosa. Quando si presenta il gigante Golia e lancia la sfida, tutti gli Israeliti sono presi dallo spavento e nessuno osa affrontarlo. È una reazione naturale, perché, quando non si hanno i mezzi per compiere un’impresa, non bisogna intraprenderla. Gesù afferma nel Vangelo che, se un re ha deciso di partire per far guerra a un altro re e si accorge di non avere un esercito sufficiente, è molto meglio che non parta, ma che avvii subito trattative di pace con il suo avversario (cf. Lc 14,28-33). Tuttavia questo è un ragionamento che non deve essere adoperato troppo facilmente e, d’altra parte, Gesù stesso non l’ha usato per bloccarci, ma per farci capire tutte le esigenze del suo messaggio e spingerci a mettere tutte le nostre forze al suo servizio.
Gli Israeliti dunque si trovano in una situazione angosciosa, piena di difficoltà, che induce o a ripiegarsi su se stessi, a fuggire, a scoraggiarsi, oppure a nutrire una speranza illusoria, cioè ad affidarsi a Dio aspettando tutto da lui, contando sulla preghiera rivolta a lui o sulla sua presenza in mezzo ai suoi, come avevano fatto gli Israeliti nella battaglia in cui avevano perso anche l’arca del Signore (cf. 1 Sam 4,1-11).
Davide non nutre questa illusione. La sua è una vera speranza in Dio, nel senso che, da una parte, non si scoraggia per la grande difficoltà e, dall’altra, cerca i mezzi per affrontare il combattimento, non va contro questo filisteo a mani vuote. Prende il suo bastone, raccoglie alcune pietre, prepara la sua fionda. Sono mezzi umili, che possono apparire ridicoli in questa circostanza ̶ e il filisteo lo fa notare a Davide con disprezzo: “Sono io forse un cane, perché tu venga a me con un bastone?” ̶ , eppure sono i mezzi semplici con cui Dio fa vincere il suo popolo.
Golia è sicuro di vincere, perché il suo equipaggiamento è il più sofisticato che ci possa essere: ha una corazza potente, la lancia, la spada, mentre Davide è un povero pastorello e ha soltanto cinque ciottoli raccolti nel torrente.
Tuttavia Davide si serve di questi umili strumenti. La sua speranza consiste nel porre in Dio tutta la sua fiducia e nell’utilizzare tutti i mezzi che Dio mette a sua disposizione. Non è su di essi che egli fa conto: sa bene che sono inadeguati e che non possono farlo vincere.
Quando abbiamo a nostra disposizione tutti i mezzi più efficaci, facilmente riponiamo in essi tutta la nostra speranza, dicendo: “Ho tutto quello che mi occorre per compiere l’impresa; la vittoria non può sfuggirmi!”. Ma quando ci sentiamo poveri, quando sappiamo davvero di non avere mezzi sufficienti, se andiamo avanti è solo perché Dio ce lo chiede e ci chiede di usare i nostri poveri mezzi.
Questo è l’atteggiamento di Davide, che alla fine vince. All’inizio, rivolgendosi a Golia, aveva detto: “Tutta la terra saprà che vi è un Dio in Israele”; e ora, dopo la sua vittoria, tutta la terra lo sa, proprio perché i mezzi usati da lui non potevano da soli portare, alla vittoria, che deve essere quindi attribuita solo a Dio.
Da questo episodio ricaviamo due insegnamenti importanti Il primo è che non dobbiamo aspettare di avere i mezzi più adatti per cominciare ad agire, altrimenti non inizieremmo mai. E questi mezzi poveri devono accrescere in noi la speranza, perché sappiamo che sono quelli preferiti da Dio.
Il secondo insegnamento è che dobbiamo usare questi mezzi modesti, e non rifiutarci di cooperare all’azione di Dio con il pretesto che egli farà tutto e che noi non possiamo fare nulla. La nostra umile azione è il punto di partenza per l’azione di Dio, e Dio la richiede sempre.
Domandiamo allora al Signore di renderci consapevoli di questo aspetto paradossale della speranza cristiana» (VANHOYE ALBERT, Il pane quotidiano della Parola, volume II – Tempo ordinario/1, Edizioni AdP, Roma 2015, pp. 39-41).
Siamo aiutati a intendere bene la speranza. Ciò che conta è poi applicare tutto questo alla nostra vita, ai nostri timori, alle nostre scelte concrete. Io penso che molte volte le persone non si impegnano nell’apostolato, non rispondono alla vocazione, sprecano i loro talenti, perché sono bloccate dalla consapevolezza dei propri limiti e non hanno vero amore e vera fiducia nell’aiuto del Signore.