Pensiero serale 20-09-2025

Il brano del Vangelo di questa domenica (Lc 16,1-13) è certamente tra i più problematici. Stasera vi offro il commento di don Fabio. Spero di approfondire ulteriormente la stessa parabola nei prossimi giorni.«Il testo evangelico di questa domenica ha torturato l’immaginazione di molti commentatori nei secoli con le più disparate interpretazioni.Vi si racconta di un amministratore che usa male dei beni del suo padrone e di quest’ultimo che lo convoca chiedendo conto dell’amministrazione e comunicandogli che il tempo del suo servizio è finito.Questo è un paradigma della nostra esistenza: la vita è una chiamata di Dio a ricevere tanti doni, a essere benedetti con talenti e qualità, e interpellati a prenderci cura delle persone che ci sono state affidate. Tutte queste cose sono ricchezze che appartengono a Dio. Siamo solo i custodi. Un giorno ci verrà chiesto di rendere conto di come abbiamo gestito i nostri doni. Forse non dovremmo rispondere del mondo intero, ma delle cose ci sono state affidate personalmente, certamente sì!Ma al cospetto del Padre che reggerebbe il confronto? Dice il “De Profundis”: “Se consideri i colpi, Signore, chi potrà sussistere?” (Sal 130,3). Nel nostro testo l’amministratore chiamato al “redde rationem” riconosce di non avere la forza di procurarsi soluzioni: “Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno”.Allora succede una cosa curiosa: decide di amministrare in modo sorprendente la chiusura dei conti e si mette a ridurre i debiti degli altri. E – sorpresa! – il padrone lo loda. Ha capito come doveva amministrare i beni del padrone, era proprio così che si doveva fare.Noi rimaniamo perplessi, a meno che non focalizziamo che questi beni – essendo del nostro Padrone, del Padre di Gesù Cristo e nostro – si amministrano bene solo cosi: rimettendo i debiti.“Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati” (Gv 20,22-23).E cosi impariamo che tutto ciò che ci dona la Provvidenza, soprattutto il Dono dei doni che è lo Spirito Santo, serve per amare, per usare misericordia, per rimettere i peccati. L’amministratore trova lode nel padrone quando usa i beni del padrone per ridurre i debiti. Per usare misericordia. Si vede che prima non faceva così. Solo i beni usati per amore sono usati veramente.Allora si capiscono le parole di Gesù: “Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne”. Nelle dimore eterne si entra perché si è usata carità verso le persone usando finalmente secondo amore ciò che possediamo, perché ogni ricchezza che abbiamo in realtà non è nostra, ma di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice: “La proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della provvidenza” (CCC 2404).O ci si pone nella condizione di amministratori responsabili dei beni di questo mondo, o si vive da padroni delle cose.Ogni singolo atto di carità richiede oblatività, generosità. Per amare bisogna disobbedire al possesso. “Non potete servire Dio e la ricchezza”. No, proprio non si può. Se servire Dio è amare, allora il denaro va sottomesso all’amore. Questa è buona amministrazione» (ROSINI FABIO, Di Pasqua in Pasqua. Commenti al Vangelo domenicale dell’anno liturgico C, San Paolo, Cinisello Balsamo 2024, pp. 182-184).