Stasera vi do la possibilità di una riflessione piuttosto articolata su san Giuseppe. Padre Cantalamessa ci dona molti spunti interessanti e ci aiuta a comprendere meglio come far tesoro della sua testimonianza al tempo stesso umile e alta.
«Il culto di san Giuseppe presenta, nella storia, un andamento curioso. Praticamente inesistente per molti secoli (i Padri della Chiesa ne parlano quasi solo in occasione dell’elogio che fanno dellamico patriarca venduto in Egitto), esso si diffonde rapidamente a partire dalla fine del medio evo e raggiunge il suo apogeo nel secolo XIX. Pio IX lo proclama Patrono della Chiesa universale, la sua festa, istituita nel 1621, diventa solennità di precetto e sorgono innumerevoli istituti religiosi che portano il suo nome. Dopo il concilio Vaticano II, nonostante papa Giovanni XXIII abbia introdotto il suo nome nel Canone romano, il suo culto subisce una pausa di arresto e va anzi soggetto a un ripensamento, nel tentativo di riportarlo a più sobrie basi bibliche. Queste basi bibliche sono ottimamente riassunte nella frase con cui si apre il Vangelo odierno: “Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo”. Come discendente di David, egli fa di Gesù “il figlio di David”; come vero sposo di Maria, è lui stesso “padre di Gesù”, custode e capo della Sacra Famiglia. La liturgia, nel prefazio, sviluppa proprio questi temi: “Egli, uomo giusto, da te fu prescelto come Sposo della Vergine Madre di Dio, e servo saggio e fedele fu posto a capo della tua famiglia, per custodire, come padre, il tuo unico Figlio, concepito per opera dello Spirito Santo, Gesù Cristo nostro Signore”. Ce n’è più che a sufficienza, come si vede, per legittimare lamore del popolo cristiano per questo uomo “giusto” e silenzioso e giustificare la fiducia nella potenza della sua intercessione. Nel prefazio dei Santi si dice che Dio “nella loro vita ci offre un esempio, nella loro intercessione un aiuto e nella comunione di grazia un vincolo di amore fraterno”. Questo si realizza in maniera tutta particolare in Giuseppe.
Giuseppe ci è soprattutto di esempio nella fede. La sua fede è quella semplice e assoluta dei grandi patriarchi. Con essi ha in comune anche il mezzo con cui Dio comunica con lui e cioè il sogno.
È la fede-obbedienza; non consiste tanto nel credere in alcune verità, quanto nel fidarsi ciecamente di Dio ed eseguire puntualmente i suoi comandi.
Questa fede non rimane in lui un atteggiamento solo del cuore, ma si traduce in umile e fattivo servizio. Giuseppe è l’immagine dell’uomo dimentico di sé, sempre pronto a intervenire a favore degli altri, senza mai farlo pesare. Con questo spirito accompagna la sposa a Betlemme, cerca un rifugio, va in Egitto, torna, si stabilisce a Nazareth dove trascorre il resto della sua vita (non sappiamo quanto a lungo), lavorando e formando al suo mestiere il figlio che sarà chiamato per questo “figlio del carpentiere”.
Vediamo cosi che la devozione a san Giuseppe, come quella alla Madonna, ha guadagnato, anziché perdere di importanza, nello sforzo di ricondurla a una maggiore aderenza alla Bibbia. La grandezza di Maria che prima si tendeva a basare soprattutto sui suoi privilegi, ora la si vede soprattutto nella sua fede; analogamente la grandezza di Giuseppe che prima si tendeva a collocare nelle sue prerogative straordinarie, ora la si colloca nel suo servizio al Messia e al Regno.
A tre categorie di persone san Giuseppe è in particolare di esempio: ai padri, ai pastori e ai lavoratori. Cominciamo dai padri. La tradizione ha chiamato san Giuseppe “padre putativo” di Gesù, per ricordare che Gesù è nato “per opera dello Spirito Santo” e non per opera di uomo. Ma forse quel termine è riduttivo e dice troppo poco. In realtà, il Vangelo, pur mettendo in chiaro che Gesù è nato per opera dello Spirito Santo, non ha paura di chiamare Giuseppe semplicemente il padre di Gesù e Gesù “il figlio di Giuseppe” (Lc 4,22). Parlando di lui a Gesù fanciullo, Maria dice “tuo padre e io” (Lc 2,48), non dice “tuo padre putativo e io”.
Padre non è solo colui che genera il figlio, ma anche colui che lo accoglie come figlio, che lo alleva con il sudore della sua fronte, che si assume la responsabilità di lui. E Giuseppe ha fatto, in modo esemplare, tutto questo nei confronti di Gesù. La formazione biblica e religiosa di Gesù è passata, come per ogni fanciullo ebreo, attraverso il padre. È lui che lo ha iniziato alla conoscenza della Bibbia; è con lui che Gesù ha imparato a dire “Abbà”, papà, prima di rivolgersi con questa espressione al Padre celeste.
Giovanni Paolo II ha scritto di san Giuseppe: “La sua paternità si è espressa nell’aver fatto della sua vita un servizio, un sacrificio, al mistero dell’incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta; nell’aver usato dell’autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro” (“Redemptoris Custos”, 8). In una cultura come la nostra che esalta cosi unilateralmente l`aspetto dell’ “eros” nel matrimonio, la figura di Giuseppe ricorda che ci sono altre cose importanti che fanno il vero marito e il vero papà. Si può aver generato secondo la carne molti figli e non essere “padre” di nessuno. Questo avviene se, una volta generati, li si trascura, o si scompare dalla scena, lasciando che sia la povera madre ad assumersene da sola il peso per tutta la vita.
Una dote di san Giuseppe va soprattutto ricordata ai papà e ai mariti: la sua inalterabile calma. Mai da lui una parola di stanchezza o un segno d’impazienza, anche nei momenti più concitati della vita della Sacra Famiglia. Un punto, questo, in cui il suo esempio si rivela quanto mai attuale. La calma e il rispetto del marito nei confronti della moglie e del padre nei confronti dei figli è un balsamo per la vita di famiglia. Con la calma si risolve tutto e meglio; con l’ira si rovina tutto. “L’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio”, dice la Scrittura (Gc 1,20). Vi sono regioni nelle quali sembra che la collera sia quasi un diritto del marito e un modo di esprimere la sua virilità, mentre in realtà è segno di debolezza, non di forza.
Come capo della prima chiesa domestica che è la Sacra Famiglia, san Giuseppe è modello, in secondo luogo, dei pastori della Chiesa ed è anche per questo che è stato proclamato Patrono della Chiesa universale. Come egli ha servito il capo del corpo mistico, Cristo, così i pastori devono servire il suo corpo che è la Chiesa.
Quanto ai lavoratori, la Chiesa ha istituito una memoria speciale, il primo maggio, per mettere in luce il suo significato in questo ambito, e non vi insistiamo perciò nella festa di oggi. Egli è additato dalla Chiesa a modello di coloro che si guadagnano la vita con il sudore della fronte e fanno del lavoro manuale una via di santificazione.
Il prefazio dei santi ricordato all’inizio dice che, oltre che dei modelli, noi abbiamo, nei santi, anche degli intercessori e degli amici. Questo vale in modo particolare per san Giuseppe. La sua intercessione, soprattutto nelle situazioni difficili che si presentano nella vita di una famiglia o di una comunità, è stata da molti, per così dire, toccata con mano. Santa Teresa d’Avila afferma di non essersi mai rivolta al suo patrocinio, senza aver ricevuto la grazia di cui aveva bisogno.
Giuseppe ha conosciuto alcuni dei problemi che più assillano anche oggi tanti padri di famiglia: la ricerca di un alloggio (pensiamolo a Betlemme con la moglie nelle doglie e senza un tetto in cui ripararla e un letto in cui distenderla), la necessità di dover fuggire dalla propria patria in cerca di sicurezza, la preoccupazione del pane quotidiano…
In tutte queste situazioni possiamo intonare la preghiera più nota approvata dalla Chiesa a san Giuseppe: “A te, beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione ricorriamo…”. Quando in Egitto si cominciò a sperimentare la mancanza di grano, il faraone disse ai suoi sudditi: “Andate da Giuseppe, Ite ad Joseph” (Gen 41,55). La tradizione ha applicato questa frase al secondo Giuseppe e noi, in questa festa, l’ascoltiamo dalla bocca della Chiesa come rivolta a noi: “Andate da Giuseppe”» (CANTALAMESSA RANIERO, La Parola di Cristo. Commenti alle letture bibliche delle domeniche e delle feste dell’anno liturgico A, San Paolo, Cinisello Balsamo 2025, pp. 229-233).
Mi limito a sottolineare tre punti.
La fede non è solo sentimento o adesione ad alcune verità, ma «si traduce in umile e fattivo servizio».
Un pensiero prezioso è il seguente: «Si può aver generato secondo la carne molti figli e non essere “padre” di nessuno. Questo avviene se, una volta generati, li si trascura, o si scompare dalla scena, lasciando che sia la povera madre ad assumersene da sola il peso per tutta la vita».
Di poche cose sono convinto come del fatto che una donna comincia ad amare i figli fin da quando decide con chi fidanzarsi, con chi e soprattutto perché iniziare un serio cammino di preparazione al matrimonio. C’è sempre il rischio di essere dominati dai sentimenti o dall’attrazione, ma credo che essere genitori e coniugi debba avere una dimensione molto più elevata e impegnativa.
Infine, è bellissima l’esortazione a coltivare la calma, la mitezza, la tenerezza. «Con la calma si risolve tutto e meglio; con l’ira si rovina tutto».