Il commento di padre Vanhoye è dedicato stavolta al brano del Vangelo (Mc 2,1-12).
«Oggi il Vangelo ci presenta il racconto della guarigione del paralitico a Cafarnao, e noi possiamo riflettere su due aspetti di questo episodio.
Il primo è la grande differenza che c’è tra l’aiuto umano e l’aiuto divino. Questo paralitico ha chiesto aiuto ai suoi amici. Che cosa potevano fare? In quattro lo hanno sorretto e portato nella sua barella; ma non hanno potuto fare di più. Invece, l’aiuto divino agisce interiormente e trasforma tutta la persona. Gesù dice a questo uomo: “Àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua”. Gesù non porta la barella, come hanno fatto gli amici, ma ordina al paralitico di portarla lui, perché gli ha dato le forze necessarie per farlo. Questa è la caratteristica dell’aiuto divino.
Sant’Ignazio, negli Esercizi Spirituali, insiste su questo punto, dicendo che il Signore può entrare nel fondo dell’anima e trasformarla, dandole una immensa gioia, forza, coraggio, cancellandone completamente i peccati, correggendone radicalmente i difetti. E ci esorta a desiderare questa trasformazione interiore, che è la sola che può rinnovare la nostra esistenza e renderla davvero feconda. Le azioni compiute senza l’aiuto divino sono deboli e inefficaci; se invece Dio viene in noi con la sua grazia, noi possiamo, come suoi strumenti, operare qualcosa di grande e di efficace.
Il secondo aspetto su cui possiamo riflettere è che Gesù al tempo stesso guarisce ed esige. Dice al paralitico: “Àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua”. Probabilmente il paralitico non aveva molta voglia di caricarsi di un peso: pensava alla guarigione e al fatto che, una volta guarito, si sarebbe mosso liberamente. Invece Gesù gli dà questo comando, che è come dargli la guarigione completa: lo ha messo in grado di assumersi la propria responsabilità, di fare qualcosa di positivo.
Spesso il Signore ci chiede cose che non ci sono gradite, ma, se ci apriamo con fiducia alle sue grazie così come egli ce le dà, avremo la gioia di camminare e di lavorare efficacemente per il suo Regno» (VANHOYE ALBERT, Il pane quotidiano della Parola, volume II – Tempo ordinario/1, Edizioni AdP, Roma 2015, pp. 29-30).
Ritengo bellissimo, pur nei suoi limiti, il ruolo dei quattro amici del paralitico. Io posso notare la malattia o il peccato di una persona. Posso “portarlo” a Gesù e per la mia fede Gesù può concedergli addirittura il duplice miracolo. Personalmente penso che il paralitico comunque avesse fede e fosse pentito dei suoi peccati, ma questo il Vangelo non lo dice, ma sappiamo che Gesù legge benissimo nel cuore di ogni persona.
Un altro forte interrogativo: perché Gesù dà quell’ordine piuttosto strano alla persona guarita? Io formulo due ipotesi: perché ricordasse bene il miracolo ricevuto e perché alla gente, che gli chiedeva cosa stesse facendo, lui dovesse dare una bella testimonianza.
Padre Vanhoye sottolinea il limite dell’azione dei quattro amici. Io ho pensato a Lc 17,10, una frase che ritengo davvero preziosa. In qualche modo la ritengo il “segreto” del mio ministero sacerdotale.
Resta un interrogativo immenso: io permetto a Gesù di entrare nel fondo della mia anima e di trasformarla?