Stavolta il commento di padre Vanhoye si limita alla Prima Lettura (1 Sam 4,1-11). Sono un po’ ironico nel dire “si limita” perché mi sembra un brano ancora più lungo, denso e impegnativo del solito!
«La prima lettura ci fa vedere che è possibile avere una falsa fiducia in Dio. Gli Israeliti ripongono la loro fiducia in Dio per il combattimento che devono sostenere contro i Filistei. Dopo una prima sconfitta, vanno a prendere l`arca dell’alleanza per portarla con loro nella battaglia, sperando che la sua presenza assicuri la vittoria. Ma i Filistei, sentendo l’urlo degli Israeliti all’arrivo dell’arca e trovandosi in grande pericolo, si dicono: “Siate forti e siate uomini, o Filistei. Siate uomini, dunque, e combattete!”. Gli Israeliti vengono sconfitti; tutti si danno alla fuga, l’arca di Dio viene presa e i figli di Eli vengono uccisi. Ecco dunque una fiducia che finisce in un fallimento.
Nella Scrittura, questa sconfitta era stata annunciata a Samuele, dopo che egli aveva riconosciuto la voce del Signore nel santuario. Dio non era contento di come gli veniva reso il culto: lo si trascurava, e in particolare i due figli di Eli non davano gloria a lui, ma lo disonoravano. Ciò che il giovane Samuele ha dovuto ascoltare da Dio per la prima volta è stato un messaggio profetico minaccioso: Dio annuncia un castigo (cfr. l Sam 3,11-14).
Il castigo giunge, e allora non serve a nulla neppure l’arca dell’alleanza, se si è vissuti nell’infedeltà. Non serve riporre la propria fiducia in Dio all’ultimo momento: occorre essere stati con lui durante tutto il processo che prepara gli avvenimenti; occorre aver cercato la sua volontà ed essere stati generosi nel suo servizio. Questo è l’insegnamento severo che ci viene dato all’inizio del Libro di Samuele.
Il seguito del brano però è più confortante. Affermare che non serve aver fiducia in Dio soltanto quando giunge la sventura significa affermare solo una parte della verità: in realtà, non sbagliamo mai ad avere fiducia in Dio. Anche quando il castigo arriva e noi l’abbiamo meritato, dobbiamo avere fiducia in Dio; anzi, allora ancora di più. Ma non dobbiamo aspettarci di essere sempre liberati miracolosamente da ciò che abbiamo meritato: Dio interverrà in nostro favore, ma non liberandoci subito dal castigo.
L’arca di Dio è portata via dai Filistei: questo sembra la fine del popolo d’Israele, perché l’arca è ciò che mantiene unito a Dio il popolo e gli assicura la salvezza; la situazione dunque è disperata, e tutto sembra perduto. Ma in questo stesso momento inizia una storia di salvezza. L’arca di Dio presso i Filistei si dimostra più potente di loro, e una serie di calamità li costringe a restituirla agli Israeliti. Questo è anche l’inizio della storia del tempio di Gerusalemme. L’arca viene portata a Silo, e da qui a Gerusalemme, dopo che Davide avrà conquistato la città che per il momento è nelle mani dei Gebusei.
Tutta la storia del tempio di Gerusalemme, del re Davide, della prosperità di Israele, delle più belle promesse fatte da Dio al suo popolo inizia proprio da questa catastrofe. È dunque una cosa buona avere sempre fiducia in Dio, ritornando a lui quando lo si è abbandonato; ma occorre, ancora una volta, aprirsi a lui, accettare docilmente che egli ci faccia camminare su strade che non abbiamo scelto noi.
La stessa cosa si ripeterà poi per il tempio di Gerusalemme. Il profeta Geremia combatte la falsa fiducia che gli Israeliti ripongono in esso. Va alla porta del tempio e si mette a gridare: “Non confidate in parole menzognere, ripetendo: Questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore!” (Ger 7,4). Con ciò vuole dire: “Non è questa la fiducia che dovete avere. Dovete invece fare la volontà di Dio fedelmente, e allora Dio vi proteggerà. Ma se continuate ad agire come fate ora, Dio distruggerà anche questo tempio”. Ed è quello che poi di fatto accadrà. Avverrà la più terribile catastrofe nazionale che il popolo ebreo possa immaginare: il tempio distrutto, il regno completamente in mano ai nemici, il popolo disperso, condotto in schiavitù. Ancora una volta la falsa fiducia in Dio sfocia in una catastrofe.
Ma ancora una volta la bontà di Dio, attraverso la catastrofe, prepara la rinascita: l’esilio diventa l’inizio di una nuova vita spirituale per gli Israeliti che hanno imparato la lezione.
La stessa cosa si ripeterà un’ultima volta con Gesù. Di nuovo la situazione appare disperata, e di nuovo Dio realizza la salvezza. Questo avviene nella passione di Gesù, che è la vera arca dell’alleanza, il vero tempio di Dio. Il popolo ha creduto che bastasse acclamarlo re per avere la salvezza, e invece Gesù ha subìto il castigo che doveva ricadere su di noi, come dice Isaia (cf. Is 53,8). Alla Domenica delle Palme fa seguito il Venerdì Santo: il Messia portato in trionfo è completamente umiliato, disonorato e viene ucciso. Apparentemente è un totale fallimento; in realtà, attraverso questa che è la più grande catastrofe della storia umana, Dio realizza la definitiva e completa salvezza dell’umanità. Ci sono volute la risurrezione di Gesù e l’opera dello Spirito Santo per farci capire che Dio ha realizzato la sua salvezza proprio attraverso quei terribili avvenimenti.
Ma ora sappiamo che il cammino di chi segue Gesù passa per la croce; che anche noi dobbiamo essere con i peccatori, come lo è stato lui. Gesù ovviamente non è venuto meno alla fedeltà verso Dio, ma ha sopportato la prova, “ha imparato l’obbedienza da ciò che patì” (Eb 5,8), perché ha voluto aprire la strada che conduce dalla nostra situazione di peccatori all’intimità con Dio. E ci chiama a seguirlo, ad avere la sua stessa fiducia in Dio: non la fiducia di essere sempre liberati, in modo più o meno straordinario, da tutto ciò che ci minaccia, ma la fiducia che Dio è all’opera in tutti gli avvenimenti, anche in quelli più dolorosi, e che la vittoria sarà sempre sua.
È una lezione difficile da imparare, ma lo Spirito Santo ce la insegna continuamente. Lasciamoci istruire da lui, lo Spirito che attraverso la morte ci conduce alla risurrezione» (VANHOYE ALBERT, Il pane quotidiano della Parola, volume II – Tempo ordinario/1, Edizioni AdP, Roma 2015, pp. 24-27).
Questo lungo commento presuppone la conoscenza di un minimo della storia di Israele. Chi magari ne è un po’ sprovvisto potrebbe fare il proposito di iniziare a studiarla. Sono convinto che, chi non conosce bene l’Antico Testamento, può capire ben poco del Nuovo. Non è mai tardi per cominciare a prendere sul serio la Parola di Dio e la Storia della Salvezza. Padre Vanhoye collega in modo molto interessante l’arca dell’alleanza, il tempio di Gerusalemme e la Passione di Gesù. Al centro c’è la mentalità retributiva (magari tornerò domani su questo aspetto, che peraltro spero conosciate). In realtà, vengono trattati altri temi importanti come la fiducia in Dio e l’essere castigati da Dio a causa dei peccati. Effettuando una lettura superficiale, Dio somiglia a un padre vendicativo che dice al figlio: “ti sei rivolto a me e mi hai chiamato in tuo aiuto troppo tardi; così io, invece di aiutarti, ti castigo, ti faccio soffrire”.
Io, invece, penso che l’errore di Israele è principalmente il non volersi pentire. Ecco il grande insegnamento: Dio ci ama molto più di quanto possiamo desiderare e immaginare. Per poterci inondare col suo Amore ci chiede umiltà, disponibilità e pentimento.
C’è anche una grande esortazione alla speranza: nessun fallimento deve portarci allo scoraggiamento! Dio è più forte di tutto!