Pensiero serale 10-01-2026

In questa domenica ricordiamo il Battesimo di Gesù. Vi propongo il commento di padre Cantalamessa. È un testo piuttosto lungo e impegnativo.

«Continua in questa Domenica il tema liturgico dell’Epifania, cioè la manifestazione della divinità di Cristo. Il Battesimo di Gesù, che oggi ricordiamo, fu infatti una tappa decisiva nella manifestazione di Gesù Cristo al mondo, una specie di seconda Epifania. Gli avvenimenti della nascita erano lontani, sepolti nel cuore dei pochi protagonisti di quei giorni. Trent’anni di silenzio e di nascondimento avevano fatto di Gesù un uomo tra gli altri. Gli anni prima del Battesimo dimostrano l’umanità di Cristo in tutto simile alla nostra. Il Battesimo conclude questa fase della vita di Gesù; conclude il suo farsi simile all’uomo, la sua imitazione dell’uomo. Egli viene, confuso tra la folla, a sottoporsi a un rito che lo pone nel rango dei peccatori, di coloro che hanno bisogno di essere purificati.
Questi è il Gesù annunciato da Isaia nella prima lettura: il servo di Dio che non grida e non alza il tono di voce, che non minaccia castighi, che non rompe la canna incrinata e non spegne la fiamma vacillante. Il Gesù mite di cuore che viene a chiamare i peccatori a penitenza, ma viene a chiamarli con la misericordia. Il Gesù che scandalizzò e deluse le attese di chi aspettava un Messia guerriero, banditore furente dell’ira di Dio, specie contro i pagani. Il Gesù che sorprenderà il suo stesso precursore: “Sei tu colui che deve venire?”.
San Paolo ha riassunto questo aspetto della vicenda di Cristo nel celebre testo ai Filippesi. Egli non ha considerato come cosa da custodire gelosamente il suo essere uguale a Dio, ma si è svuotato prendendo la forma di servo (quel servo di cui aveva parlato Isaia!), fattosi simile all’uomo e trovato all’esterno come ogni uomo (Fil 2, 6-7). Tale appariva il Gesù che venne al Giordano per essere battezzato: quasi come uno di quei peccatori che in fila aspettano il proprio turno davanti a un confessionale.
Ma il Battesimo inaugura anche la nuova fase della vita di Gesù. Egli è presentato ufficialmente al mondo dal Padre, come il Messia che parla e agisce autoritariamente in nome suo. È questo l’inizio della cosiddetta vita pubblica di Gesù. Da qui cominciano quei “Ma io vi dico…” e quel parlare “con autorità” che stupiranno gli scribi e i farisei. Nella fase più antica, era da questo momento che cominciava la narrazione della vita di Cristo. Marco infatti, il primo evangelista, inizia con il Battesimo nel Giordano il suo Vangelo. Pietro, nel discorso che abbiamo ascoltato come seconda lettura, fa del Battesimo di Gesù l’inizio della sua storia: fu nel Battesimo infatti che Dio “consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth”.
Perché tutta questa importanza? Anzitutto, essa è legata alla manifestazione dello Spirito. Giovanni Battista aveva caratterizzato le due epoche così: io vi battezzo con acqua, egli vi battezzerà in Spirito. La discesa dello Spirito è il “via!” alla redenzione; essa indica che è cominciata la nuova creazione perché lo Spirito è riapparso sulle acque come alle origini (Gn 1,2). Lo Spirito era già in Gesù di Nazareth per la nascita. Esso era disceso su Maria, prima ancora che nel Giordano. Ma là si era trattato di un avvenimento avvenuto nel segreto, rimasto sconosciuto; qui invece cè la manifestazione al mondo della venuta dello Spirito. L’unzione profetica e messianica di Gesù è palesata al mondo. Nel suo Battesimo Gesù appare latteso sul quale si è posato lo Spirito del Signore, come era stato scritto da Isaia profeta (Is 61,1; Lc 4,18).
L’importanza del Battesimo, oltre che alla manifestazione dello Spirito, è legata anche alla solenne proclamazione del Padre: “Questi è il mio figlio diletto, ascoltatelo”. Colui che si era fatto il servo è proclamato adesso figlio. È a questo punto che bisogna riprendere la lettura del testo di Paolo ai Filippesi: “Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome” (Fil 2,9). È il vertice dell`epifania: non più una stella, ma la voce stessa del Padre che rivela agli uomini chi è Gesù di Nazareth: il figlio beneamato del Padre celeste.
Gesù ha confermato il senso di questa dichiarazione, chiamando costantemente Dio con il nome di “abbà”, padre. Dalle sue parole e dal suo agire affiora incoercibile la coscienza di essere il Figlio di Dio. Il Vangelo, specie quello scritto da Giovanni, ce lo mostra in un dialogo ininterrotto con il Padre che continua quello esistente in seno alla Trinità. Tutta la nostra fede è ancorata a questa coscienza di Gesù. Egli ci salva perché è figlio di Dio; egli fa di noi dei figli adottivi di Dio perché lui che era figlio naturale si è fatto nostro fratello. “A coloro che lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). A noi non importa se quelli che vissero con Gesù furono coscienti di questo segreto fin dall’inizio e ne capirono la portata. Ciò che importa veramente è sapere che Gesù, lui, ne era consapevole e ne ha lasciato delle prove sicure durante la sua vita terrena.
La conseguenza di questa rivelazione è nelle parole del Padre al momento della trasfigurazione che continua idealmente la teofania del battesimo: “Ascoltatelo!” (Mc 9,7). Dobbiamo ascoltare Gesù che ci parla ancora oggi nel suo Vangelo, perché egli ci parla in nome di Dio. Questo imperativo però non significa solo: “prestategli attenzione” o “mettete in pratica ciò che vi dice”. Significa soprattutto credergli, dare la vostra adesione di fede a lui, accogliere la sua persona, prima ancora che la sua parola. Così il Battesimo ci ripropone quel duplice movimento che abbiamo visto espresso nell’episodio dei Magi e che è forse l’idea centrale dell’Epifania: Dio viene verso l’uomo con la “rivelazione”, l’uomo deve andare anche lui verso Dio con la “fede”.
Terminiamo con un ultimo sguardo rivolto però non su di noi, ma su Gesù. Quale fiotto di gioia deve avere inondato il cuore dell’uomo-Dio nell’ascoltare la voce del Padre che lo proclamava al mondo intero come suo figlio diletto. Nel Battesimo di Gesù nel Giordano si ha come una replica nel tempo di ciò che avviene, “ab aeterno” nella Trinità: il Padre che si dona interamente al Figlio, il Figlio che dona interamente se stesso al Padre e lo Spirito Santo che è questo eterno movimento d’amore e il vincolo dell’unità tra il Padre e il Figlio. Nella scena del Battesimo di Gesù abbiamo una manifestazione esterna e visibile della vita intima della Trinità: la voce dell’invisibile Padre dall’alto, il Figlio fatto uomo sulla terra e tra l’uno e l’altro la colomba che rende presente lo Spirito Santo.
L’Eucaristia ci permette ora di essere presi nel vortice di questa realtà divina. In essa riceviamo l’intera Trinità. Tre sono le persone Divine, ma unica è la loro natura che è l’amore. Ricevendo questa divina natura incarnata nel Figlio noi riceviamo tutta la Trinità. Questo altare è per noi il fiume Giordano. Al momento della consacrazione, grazie all’epiclesi, anche su di esso aleggerà la colomba che è lo Spirito Santo e renderà presente tra noi il Figlio di Dio Gesù Cristo. Accogliamolo con le stesse parole con cui l’accolse quel giorno Giovanni Battista: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo”» (CANTALAMESSA RANIERO, La Parola di Cristo. Commenti alle letture bibliche delle domeniche e delle feste dell’anno liturgico A, San Paolo, Cinisello Balsamo 2025, pp. 43-46).

Siamo aiutati a immergerci meglio nel mistero di Gesù all’interno della ss. Trinità. Non dimentichiamo mai che, conoscendo Gesù, conosciamo sia Dio sia l’uomo. Meditando sulla missione di Gesù, ognuno deve riflettere sulla propria vita, sulla propria vocazione e missione, come uomo e come cristiano.
Io sono rimasto molto colpito dal pensiero conclusivo, quando padre Cantalamessa usa una parola non molto conosciuta: “epìclesi”. È bene che ognuno ne approfondisca il significato. Forse entreremo meglio nell’immenso e stupendo mistero che è la s. Messa (e comprenderemo un po’ meglio anche il dono affidato a ogni sacerdote).