Stasera vi spedisco di nuovo un’omelia pronunciata da papa Benedetto e rimasta inedita fino a pochi mesi fa ma, più che un commento al Vangelo della s. Messa di ieri, è una riflessione sulla prima delle due Collette, sempre di ieri.
Lo ripeto quasi in ogni mia omelia domenicale e lo preciso anche ora. La differenza tra le due collette è notevole, se non altro perché solo la seconda è una sintesi delle letture di quella domenica. Io preferisco quasi sempre la prima, perché mi sembra molto più ricca e profonda a livello spirituale. Vedere che un teologo del livello di Joseph Ratzinger le dedica quasi tutta l’omelia mi ha …consolato e “confermato” non poco. Ora ve la propongo, così potrete comprendere meglio questa omelia.
«O Padre, che ci hai liberati dal peccato e ci hai donato la dignità di figli adottivi, guarda con benevolenza la tua famiglia, perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna».
Ecco ora l’omelia del Papa.
«Cari amici,
solo un piccolo pensiero, non una vera omelia. Vorrei partire dall’orazione “Colletta” perché spesso questa orazione, che apre la liturgia della Domenica, ci dà una chiave per interpretarla, per vivere e per pregare in questo giorno.
Oggi, nell’orazione, ci chiamiamo davanti a Dio “figli di adozione”. Indichiamo così la nostra identità di credenti, di cristiani: siamo figli di adozione e mi sembra che valga la pena meditare un po’ questa parola: “figli di adozione”.
Nell’Incarnazione, il Figlio di Dio ha attirato a sé la natura umana, ha preso in se stesso la natura umana; così siamo dentro di Lui e così siamo figli di adozione. Questo atto generale, nel quale ha attirato a sé tutto l’essere umano, viene realizzato personalmente, per ognuno di noi, nel Battesimo, dove entriamo in questa attualità di Gesù, che ci attira, ci prende in se stesso. Così, nel Figlio, non siamo più fuori di Dio, non siamo più solo creature, ma siamo realmente dentro di Lui, parte della sua stessa esistenza, suoi figli di adozione. Ora, questa realtà grande ̶ il fatto che Dio ci ha attirato in se stesso, e non siamo più solo creature, ma siamo “figli nel Figlio” ̶ implica naturalmente anche il modo in cui viviamo. Implica due aspetti: uno orizzontale e uno verticale.
Verticale, perché adesso siamo nel Figlio e quindi vediamo il Padre. Essere figli adottivi vuol dire che siamo in intima comunione con la Santissima Trinità, invitati a vivere questa dimensione verticale, a conoscere sempre più Dio e a essere sempre più realmente uniti a Cristo. È quindi un invito a meditare la Sacra Scrittura, a conoscere più profondamente, tramite la meditazione e la preghiera, il nostro Signore, al quale siamo uniti. Per essere uniti non solo “ontologicamente” (cioè nel fondamento del nostro essere), direi, ma con tutta la realtà del nostro pensare, vivere e agire. È un invito quindi all’intensità della preghiera e della lettura della Sacra Scrittura e alla vita in comunione con Dio.
Ma implica anche una dimensione orizzontale, perché adesso siamo tutti insieme la famiglia di Dio e, l’uno con l’altro, fratelli e sorelle. Quindi, implica amare la Chiesa, amare nell’altro il figlio adottivo, amare nell’altro la presenza del Signore stesso e vivere la vita della Chiesa nei Sacramenti, in tutta la nostra vita. Aggiungerei che la Chiesa “in persona” è Maria, la Madre di Gesù; quindi a questa adozione appartiene anche vivere e amare la Madre di Dio, la Madre di Cristo, che è nostra madre. E, così, conoscere la Chiesa è conoscere meglio anche il volto di Dio, il Figlio che è dalla madre. Questo implica anche una responsabilità reciproca. Nessuno è solo, siamo responsabili l’uno per l’altro, per la Chiesa come tale, nella misura in cui possiamo.
Il Vangelo di oggi, nella prima parte, è una specie di primo diritto canonico, perché indica le vie della giustizia, le vie del diritto, del far bene nella Chiesa. Così, vediamo che anche questo aspetto del diritto ̶ che ci appare spesso un po’ lontano ̶ fa parte della realtà della vita nella famiglia di Dio; fa parte anche dell’amore. Un amore senza verità, un amore senza giustizia, non sarebbe un vero amore.
Poi, l’orazione ci indica due conseguenze che seguono dall’essere figli adottivi: libertà ed eredità. Per la fede, siamo liberi. Questo corrisponde alla visione antica del mondo, dove i figli sono i liberi, sono coloro che appartengono alla casa e alla famiglia, mentre gli schiavi non sono liberi, non sono eredi, non appartengono alla famiglia. Siamo liberi, ma dobbiamo divenire sempre più liberi. Siamo liberi se non dipendiamo dai giudizi della massa, da quanto dice la stampa; siamo liberi se veramente la volontà di Dio, che è la verità, è determinante per me, e tutta la mia personalità è integrata nella volontà di Dio, e la volontà di Dio diventa la mia: così io divento indipendente, realmente libero e vero.
Preghiamo dunque perché il Signore ci aiuti, come figli adottivi, a essere sempre più liberi, sempre più degni di Lui. Possiamo anche pensare a tanti cristiani che forse sono cresciuti nell’interiorità vera, nella vera libertà, ma sono perseguitati, non godono purtroppo della libertà della loro fede, della loro confessione. Preghiamo perché il Signore dia a tutti i suoi figli anche questa libertà.
Ma, oltre alla libertà, il figlio ha diritto anche all’eredità. È erede. Che cosa è questa eredità? L’eredità innanzitutto è essere uniti a Dio. Ma l’eredità vuole anche dire che nella casa di Dio, nella casa con tante dimore di cui parla il Signore, abbiamo una proprietà, siamo proprietari. Nella nuova Gerusalemme noi non siamo solo ammessi come ospiti, ma siamo eredi e proprietari. Con questa parola sull’eredità, alla quale abbiamo diritto, che ci sarà donata, sul fatto che siamo realmente eredi della Terra promessa che è Dio, il Vangelo vuole dire che dobbiamo pensare alla bellezza del Cielo anche più di quanto facciamo di solito, che siamo in pellegrinaggio e che alla fine c’è realmente il luogo dove siamo eredi perché appartenenti alla famiglia.
Oggi si pensa maggiormente al miglioramento della Terra, ed è anche giusto pensare a questo miglioramento come un dovere cristiano, perché la Terra sia degna di Dio, ma non dobbiamo dimenticare che siamo in pellegrinaggio verso la vera terra della promessa, e con questa gioia di essere eredi pensare che un giorno saremo a casa.
Quanto più siamo interiormente in cammino verso questa eredità, tanto più i nostri giorni si illuminano, perché sappiamo questo: sono erede, e alla fine sarò a casa!
Preghiamo il Signore perché ci dia questa gioia di essere figli, di essere liberi, di essere eredi, la gioia dell’aspettativa di essere a casa, e la luce di questa gioia illumini tutti i nostri giorni e ci aiuti a camminare bene. Amen!» (BENEDETTO XVI, Omelia, 4-9-2011, in «Dio è la vera realtà». Omelie inedite 2005-2017. Tempo ordinario, Libreria Editrice Vaticana 2025, pp. 267-270).
Sono incredibilmente numerosi e preziosi i punti su cui riflettere. Auguro a ognuno di avere il tempo, la docilità e la disponibilità per meditare e far tesoro di queste parole così ricche. Mi limito a evidenziare solo alcune delle espressioni che più mi hanno colpito.
Anzitutto il rapporto tra la dimensione ontologica e la vita quotidiana. A livello dall’essere (appunto l’ontologia, termine che deriva ovviamente dal greco) la verità è che siamo figli, ma tutto questo deve poi tradursi, esprimersi anche a livello spirituale, etico, pratico, quotidiano, oserei dire affettivo: se sono figlio a livello ontologico, poi deve vivere con l’affetto, la docilità, la gratitudine, la fiducia, l’unione propria del figlio col Padre. Il figlio maggiore (cfr. Lc 15,11-32) era figlio, stava a casa, lavorava per il Padre, ma col Padre non aveva alcun vero rapporto filiale a livello affettivo, di gratitudine, di tenerezza…
Ratzinger ci dona una definizione di “figlio” che mi ha fatto davvero gustare il Paradiso già in questa vita terrena «nel Figlio, non siamo più fuori di Dio, non siamo più solo creature, ma siamo realmente dentro di Lui, parte della sua stessa esistenza, suoi figli di adozione». Qualche volta penso che è stupendo che, quando mi comunico, Gesù è letteralmente dentro di me, poi penso che io sono troppo piccolo (e meschino) per contenere Dio nella sua immensità e così Ratzinger ci dice che noi «siamo realmente dentro di Lui». C’è da piangere di gioia!
Infine, voglio sottolineare le «due conseguenze che seguono dall’essere figli adottivi: libertà ed eredità». Su queste poche parole ci sarebbe davvero da scrivere un trattato (io nella mia pochezza ho dedicato a questo tema il manuale di teologia morale fondamentale). Ritengo che pochi punti siano decisivi come questo: il legame tra verità e libertà. La verità mia è definita solo da chi mi ha pensato, progettato e creato: appunto sono “figlio”. Ne consegue che ho un solo modo per vivere bene la libertà: appunto in modo fedele alla mia verità. Se vado contro la mia verità, attuo semplicemente un suicidio: vado contro il mio essere, la mia umanità, il mio vero bene (il peccato mortale è atto suicida!). Ecco allora che devo vivere la libertà da figlio. Del resto, Gesù e sua Madre così hanno vissuto sempre e perciò sono le persone in assoluto più libere, più obbedienti, più “realizzate” e che vivono l’Amore al massimo grado. A questo ognuno è chiamato e in questo, solo in questo, consiste la vera felicità. Questa è l’eredità che ci attende tutti in Paradiso.