Vi presento il commento di padre Cantalamessa al Vangelo che abbiamo ascoltato oggi.
Oggi […] celebriamo la chiamata dei gentili alla fede e l’unità profonda tra Israele e la Chiesa. La stella apparsa ai magi era una “splendida lingua del cielo” che narrava la gloria di Dio (Sal 18,2). Il suo posto è stato preso, in seguito, dal Vangelo che continua ancor oggi a chiamare al Cristo gli uomini di tutta la terra. Esso è stato la stella che ha guidato a Cristo noi provenienti dal mondo pagano.
Seguiamo ora da vicino il racconto evangelico della venuta dei Magi a Betlemme, per scoprirvi qualche indicazione pratica per la nostra vita. È abbastanza evidente che in questo racconto all’elemento storico si mescola l`elemento teologico e simbolico. In altre parole, l’evangelista non ha inteso solo riferire dei “fatti”, ma inculcare anche delle cose “da fare”, indicare dei modelli da seguire, o da fuggire, da parte di chi legge. Come tutta la Bibbia anche questa pagina è scritta “per il nostro ammaestramento” (1Cor 10,6).
Nel racconto emergono con chiarezza tre reazioni diverse all’annuncio della nascita di Gesù: quella dei Magi, quella di Erode e quella dei sacerdoti. Iniziamo con i modelli negativi, da fuggire. Anzitutto Erode. Egli, appena saputa la cosa, “si turba”, convoca una seduta dei sacerdoti e dei dotti, non per conoscere la verità, ma per ordire un inganno. Questa intenzione si manifesta nella raccomandazione finale di andare e poi tornare a riferirgli. Il suo progetto è di trasformare i Magi da messaggeri in spie. Erode rappresenta la persona che ha già fatto la sua scelta. Tra la volontà di Dio e la sua, egli ha chiaramente scelto la sua. Non occorre neppure pensare a un odio di Dio e cose simili. Solamente egli non vede che il proprio tornaconto, ed è deciso a stroncare qualsiasi cosa minacci di turbare questo stato di cose. È animato da quello che Agostino chiama “l’amore di sé che all’occasione può giungere fino al disprezzo di Dio”. Probabilmente pensa perfino di fare il suo dovere, difendendo la sua regalità, il suo casato, il bene della nazione. Anche ordinare la strage degli innocenti doveva sembrargli, come a tanti dittatori della storia, una misura richiesta dal bene pubblico, moralmente giustificata. Da questo punto di vista, il mondo è pieno anche oggi di “Erodi”. Per essi non c’è “epifania”, manifestazione di Dio, che basti. Sono accecati; non vedono perché non vogliono vedere. Solo un miracolo della grazia (e per fortuna ce ne sono) può spezzare questa corazza di egoismo.
Non è questa, probabilmente, la situazione che interessa la maggioranza di coloro che oggi si recano in chiesa e ascoltano il Vangelo. Passiamo perciò all’atteggiamento dei sacerdoti. Consultati da Erode e dai Magi per sapere dove sarebbe nato il Messia, i sommi sacerdoti e gli scribi non hanno esitazione nel rispondere: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giudea, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giudea; da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele”. Essi sanno dove è nato il Messia; sono in grado di indicarlo anche agli altri, ma essi non si muovono. Non vanno di corsa a Betlemme, come ci si sarebbe aspettato da persone che non aspettavano altro che la venuta del Messia, ma restano comodamente nelle loro case, nella città di Gerusalemme. Essi, diceva Agostino in un […] discorso per l’Epifania, si comportano come le pietre miliari (oggi diremmo come gli indicatori stradali): indicano la strada, ma essi non si muovono di un dito (Díscorso,199,l,2).
Qui vediamo simboleggiato un atteggiamento diffuso anche tra noi. Sappiamo bene cosa comporta seguire Gesù, “andare dietro a lui” e, all’occorrenza, lo sappiamo spiegare anche agli altri, ma ci manca il coraggio e la radicalità di metterlo in pratica fino in fondo. Il pericolo non riguarda solo noi sacerdoti. Se ogni battezzato è per ciò stesso “un testimone di Cristo”, come lo definisce un testo del concilio Vaticano II, allora l’atteggiamento dei sommi sacerdoti e degli scribi deve far riflettere tutti. Questi sapevano che Gesù si trovava a Betlemme, “la più piccola borgata di Giudea”; noi sappiamo che Gesù si trova oggi tra i poveri, gli umili, i sofferenti…
E veniamo finalmente ai protagonisti di questa festa, i Magi. Essi non istruiscono con le parole, ma coi fatti; non con quello che dicono, ma con quello che fanno. Dio si è rivelato a essi, come è solito fare, dall’interno della loro esperienza, utilizzando i mezzi che avevano a loro disposizione: nel loro caso, l’abitudine di scrutare il cielo. Essi non hanno posto indugio, si sono messi in cammino; hanno lasciato la sicurezza che viene dal muoversi nel proprio ambiente, tra gente conosciuta e che li riveriva. Dicono con semplicità, come se non avessero fatto nulla di straordinario: “Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo”.
Abbiamo visto e siamo venuti: qui sta la grande lezione di questi anonimi “predicatori” biblici. Hanno agito di conseguenza, non hanno frapposto indugio. Se si fossero messi a calcolare uno a uno i pericoli, le incognite del viaggio, avrebbero perso la determinazione iniziale e si sarebbero persi in vane e sterili considerazioni. Hanno agito subito ed è questo il segreto quando si riceve una ispirazione di Dio. Sono i primi “figli di Abramo secondo la fede”; anche Abramo infatti si mise in cammino, “senza sapere dove andava” (Eb 11,8), solo sulla parola di Dio che lo invitava a uscire dalla sua terra.
Vanno “per adorarlo”. Questo termine riveste un profondo significato teologico, nel contesto del Natale che doveva essere ben chiaro nella mente dell’evangelista Matteo. Egli lo usa di nuovo, quando dice che “entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono”. I Magi conoscevano bene cosa significa “adorare”, fare la “proskynesis”, perché la pratica era nata proprio tra loro, nelle corti d’oriente. Significava tributare il massimo onore possibile, riconoscere a uno la sovranità assoluta. Il gesto era riservato perciò solo ed esclusivamente al sovrano. È la prima volta che questo verbo viene impiegato in relazione a Cristo nel Nuovo Testamento; è il primo, implicito ma chiarissimo, riconoscimento della sua divinità.
I Magi non sono mossi dunque da curiosità, ma da autentica pietà. Non cercano di aumentare la loro conoscenza, ma di esprimere la loro devozione e sottomissione a Dio. Anche oggi l’adorazione è l’omaggio che riserviamo solo a Dio. Noi onoriamo, veneriamo, lodiamo, benediciamo la Madonna, ma non la adoriamo. Questo è un onore che si può attribuire solo alle tre Persone divine. L’adorazione è un sentimento religioso da riscoprire in tutta la sua forza e bellezza. È la migliore espressione del “sentimento creaturale” ritenuto da alcuni il sentimento che è alla base di tutta la vita religiosa. Molti usano questa parola con troppa leggerezza: “Io adoro andare a pesca, adoro il mio cane”. Dicono di creature umane “il mio adorato bene”. Non dico che si fa ogni volta peccato, ma certamente non indica una grande sensibilità religiosa.
Un’ultima indicazione preziosa ci viene dai Magi. “Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”. Non vogliamo forzare queste parole, ma visto il carattere fortemente parenetico del racconto non è fuori luogo vedervi un simbolo. Una volta incontrato Cristo, non si può più tornare indietro per la stessa strada. Cambiando la vita, cambia la via. L’incontro con Cristo deve determinare una svolta, un cambiamento di abitudini. Non possiamo, anche noi oggi, tornare a casa per la strada per cui siamo venuti, cioè esattamente come eravamo nel venire in chiesa. La parola di Dio deve aver cambiato qualcosa dentro di Dio, se non altro le nostre convinzioni e i nostri propositi.
In questa festa dell’Epifania la parola di Dio ci ha posto davanti tre esemplari che rappresentano ognuno una scelta globale di vita: Erode, i sacerdoti, i Magi. A quale vogliamo somigliare nella vita? Dei Magi si dice che, nel rimettersi in cammino, “provarono una grandissima gioia”; niente di simile per quelli che preferirono restarsene tranquilli a casa.
Noi lo incontriamo adesso, questo nostro Signore, come lo incontrarono i Magi, con un velo di umiltà in più aggiunto alla sua umanità: quello del sacramento. Prostriamoci con fede, apriamo i nostri piccoli e poveri scrigni e offriamogli anche noi oro, incenso e mirra: la nostra fede, la nostra speranza e il nostro amore» (CANTALAMESSA RANIERO, La Parola di Cristo. Commenti alle letture bibliche delle domeniche e delle feste dell’anno liturgico A, San Paolo, Cinisello Balsamo 2025, pp. 39-42).
Vi segnalo alcuni punti sui quali poter riflettere.
Come nel Prologo del Vangelo secondo Giovanni, c’è un importante riferimento alla luce: dei vari erodi del nostro tempo dice: «Sono accecati; non vedono perché non vogliono vedere».
C’è un bellissimo cenno alla gioia.
È bene soffermarsi su questa espressione: «carattere fortemente parenetico del racconto”. “Parenetico” è un termine un po’ tecnico, che deriva dalla stupenda lingua greca. A chi non ne conosce il significato consiglio di effettuare un piccolo approfondimento. È molto legato ai temi etici!
Infine, ho molto apprezzato la seguente frase: «La parola di Dio deve aver cambiato qualcosa dentro di Dio, se non altro le nostre convinzioni e i nostri propositi». Quando mi viene chiesto aiuto per effettuare un buon esame di coscienza, io do un solo consiglio: meditare almeno per mezz’ora ogni giorno la Parola di Dio; avremo innumerevoli spunti per una seria, gioiosa ed efficace verifica della nostra vita.