La meditazione, che vi mando stasera, è strettamente collegata con il brano del Vangelo della s. Messa di ieri (Mt 23,1-12) e con le mie riflessioni, sempre di ieri.
In qualche modo è la risposta alla domanda con cui iniziavo ieri il mio “pensiero”: «In base a quale criterio io decido il mio comportamento?»
Io penso che valgo non in base a come mi valuta la mia coscienza (un rimorso o un …applauso), ma solo in base a come mi valuta Gesù. Amo molto 1 Cor 7,32-34; ritengo che l’insegnamento di san Paolo dovrebbe essere seguito da tutti: sia dai consacrati sia dai coniugi.
«Essere pienamente sinceri significa agire preoccupandosi unicamente di quel che Dio pensa delle nostre azioni. Significa quindi non assumere atteggiamenti diversi secondo gli ambienti, non pensare in un modo quando si è soli e in un altro quando si è con qualcuno, ma parlare ed agire sotto lo sguardo di Dio che legge nei cuori. La sincerità consiste nello sforzo di rendere l’esterno in noi sempre più simile all’interno. Ciò ben inteso senza provocazione alcuna, ma semplicemente con l’essere ciò che noi siamo, senza falsare la verità per timore di dispiacere agli altri. Questa sincerità [richiede] la purezza dell’intenzione, ossia il fatto di preoccuparsi, nell’agire, del giudizio di Dio, e non del giudizio degli uomini, di agire preoccupandosi più di quel che piace o dispiace a Dio che di quel che piace o dispiace agli uomini. Questo è davvero uno dei punti essenziali della vita spirituale.
Abitualmente – non facciamoci illusioni- noi siamo dominati dalla preoccupazione di piacere o dispiacere agli uomini, preoccupati di mantenere nello spirito di coloro che ci circondano una certa idea che essi hanno di noi. E poco ci preoccupiamo invece di quel che siamo agli occhi di Dio; appunto perciò spesso trascuriamo quel che Dio solo vede: la preghiera nascosta, le opere di carità nascoste. Mentre mettiamo maggior cura in ciò che, pur essendo fatto per Dio, è visto dagli uomini e in cui la nostra reputazione si trova coinvolta. Pervenire ad una sincerità completa, ossia a compiere ugualmente bene ciò che non è visto da nessuno come ciò che è visto dagli altri, significa raggiungere una altissima perfezione (JEAN DANIÉLOU, Saggio sul mistero della storia, Brescia 1963, 334s., passim).