In base a quale criterio io decido il mio comportamento? Non è facile rispondere. Forse talvolta siamo istintivi, magari diciamo di essere “spontanei”. In questo caso, c’è il rischio di dimenticare che, eredi del peccato originale, l’istinto non sempre ci consiglia bene e la spontaneità forse non è sempre la maestra migliore (vi segnalo Rm 7,15-24). Altre volte siamo portati a riflettere, forse a calcolare, magari riflettiamo sulle eventuali, probabili conseguenze delle nostre azioni. Non è facile evitare i due eccessi: essere precipitosi o, al contrario, eternamente indecisi. Io credo che, progredendo con l’età (stavo per dire: “invecchiando”), noi avvertiamo un certo senso di responsabilità. Prima di agire, pensiamo a cosa possono dire i nostri genitori o magari i nostri professori o il nostro parroco o i nostri amici o le persone a cui vogliamo bene. Poi “forse” cominciamo a lavorare e pensiamo al giudizio del dirigente scolastico o di chi dirige l’ufficio in cui lavoriamo o giustamente badiamo al giudizio del vescovo, degli amici sacerdoti, dei parrocchiani… Se fossi cattivo, direi che bisogna pur cercare di fare un po’ di carriera!
Quando devo compiere un’azione, la valuto in base alla mia coscienza? La mia coscienza mi dice sempre ciò che è giusto? Ho mai pensato che esiste la probabilità della coscienza erronea? Io sorrido (o piango?) pensando a vescovi, preti, teologi, operatori pastorali, che si riempiono la bocca di sinodalità, ma forse non conosciamo neanche i documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II. So cosa dice il Concilio riguardo alla coscienza?
Forse valuto un’azione in base ai suoi effetti? Forse per una medicina va bene: se quella compressa mi procura un’allergia, cercherò di evitarla; ma non sempre i risultati, gli effetti, garantiscono la liceità morale di un’azione; altrimenti, secondo alcuni, sarebbe cosa buona la tortura per far confessare i rei o sarebbero azioni ottime le bugie “a fin di bene” o la contraccezione per la regolazione delle nascite.
Se ho tradito (o sto per tradire) la mia fidanzata o mia moglie, nel decidere se dirglielo o meno, mi regolo in base alla “sincerità” o alla “prudenza”? Prevedo che mi potrebbe …picchiare o lasciare o magari decido di dirglielo … così “mi scarico, mi tranquillizzo la coscienza”?
Mi fermo qui con le domande, “forse” sono già troppe. Domani cercherò di dare qualche risposta. Per ora vi lascio con un mio “piccolo” dubbio. A che serve la preghiera, se non porto tutto ciò nel dialogo con Dio e meditando e studiando bene la Sacra Scrittura, la Santa Tradizione e il Magistero della Chiesa (per esempio, il Catechismo della Chiesa Cattolica)?