Pensiero serale 02-12-2025

Il commento di padre Vanhoye, che vi spedisco stasera, va molto oltre la spiegazione delle letture (Is 11,1-10; Sal 71; Lc 10,21-24). Vi esorto, ancora più del solito, a una lettura, a una riflessione, anzi a uno studio ancora più attento e profondo.

«L’Avvento è il tempo della speranza e del desiderio. Noi aspettiamo la manifestazione del Signore, e la liturgia vuole mettere nei nostri cuori il desiderio di una conoscenza più profonda di lui.

Nella prima lettura, ci viene promessa una conoscenza piena del Signore, una conoscenza che deve riempire tutto, come le acque ricoprono il mare. Nel Vangelo, Gesù afferma: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete”. Gesù rivolge questa beatitudine ai suoi discepoli; e la Chiesa, riproponendoci questo testo, vuole suscitare in noi il desiderio di aprire gli occhi, per riconoscere Gesù, il Figlio di Dio che sta per venire nella carne.La spiritualità dell’Incarnazione può essere equivoca. Ci sono diversi modi di comprendere questo evento, e talvolta essi sono ispirati a desideri naturali, egoistici, di soddisfazioni camali. Gesù non è venuto nella carne in questo senso. Non dobbiamo mai dimenticare che l’Incarnazione ha lo scopo di crocifiggere la carne con i suoi desideri, come dice Paolo (cf. Gal 5 ,16-26). E Gesù non si è fermato al momento dell’Incarnazione, ma è andato avanti fino alla croce, per trasformare appunto la nostra condizione carnale. Non è venuto a portarci la carne, che già esisteva, ma è venuto a portarci lo Spirito; e lo Spirito, come dice Paolo, deve aiutarci a mortificare le opere della carne (cf. Rm 8,12-13). Gesù possiede lo Spirito, come annuncia Isaia nella prima lettura: “Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore”, e ciò che attendiamo dalla sua venuta è che egli ci doni il suo Spirito.

D’altra parte, dobbiamo cercare il significato profondo dell’Incarnazione, dobbiamo unirci a Gesù in questo dinamismo dell’Incarnazione, che accetta la carne. Gesù la accetta come mezzo di solidarietà, nell’umiltà e nella povertà. Egli non ha rifiutato di farsi carne, perché ha voluto essere solidale con noi, per salvarci. È lui infatti che, come dice il salmo responsoriale, “libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto”, avrà “pietà del debole e del misero” e, come dice Isaia, “giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli umili della terra”.

Il Figlio di Dio, che ci fa conoscere il Padre, è l’uomo Gesù, che si è fatto simile ai suoi fratelli, per essere in grado di comprenderli. Così egli ci mette in guardia da una falsa spiritualizzazione. Facilmente noi siamo tentati di negare la carne, perché essa si oppone allo spirito. Vorremmo vivere in una condizione soltanto spirituale, ma Gesù, venendo fra noi, non ha accettato tale prospettiva: ha preso la nostra condizione umana nella sua umiltà, ha preso un corpo capace di soffrire, è venuto tra i piccoli e i poveri del mondo.

Così ci ha rivelato Dio: non con i segni dal cielo, come chiedevano i farisei e i sadducei (cf. Mt 16,1 e par.), ma con la sua bontà verso i malati e i bisognosi, con la sua attenzione ai più poveri, con la sua pazienza verso le persone meno aperte, con la sua semplicità, con il desiderio di rimanere con noi per rivelarci l’amore del Padre. Egli ci spinge a interessarci sinceramente di tutto ciò che costituisce la vita degli uomini, per trovare in questo non la soddisfazione del nostro egoismo, ma un mezzo di solidarietà e di comunione con gli altri.

Nel Vangelo, Gesù ci dice: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete”. Egli deve fare questa affermazione, perché la gente non si aspettava manifestazioni di questo tipo. Essa aspettava un Messia glorioso, ed ecco invece venire un Messia umile, semplice, del tutto simile agli altri uomini, che manifesta la bontà, l’amore generoso di Dio.

Chiediamo a Maria, la madre di Gesù, di farci comprendere meglio il mistero dell’Incarnazione; di allontanarci dalle false spiritualizzazioni, e di metterci sulla via vera dell’amore umile, concreto, come lo ha vissuto lei. Maria ha avuto cura del suo Figlio, lo ha aiutato a inserirsi nella comunità del piccolo villaggio di Nazaret, lo ha educato in modo molto umano nello stesso tempo molto divino. Così anche noi, grazie all’Incarnazione, potremmo ricevere lo Spirito di Cristo e comunicarlo al mondo» (VANHOYE ALBERT, Il pane quotidiano della Parola, volume I – Tempi forti, Edizioni AdP, Roma 2014, pp. 16-18).

Da un lato il biblista evidenzia i rischi legati a una spiritualità dell’incarnazione intesa male, dall’altro è molto importante evitare una falsa spiritualizzazione. Spero che comprendiate che è in gioco il nucleo centrale del cristianesimo. La carne, la corporeità, non va sottovalutata. Gesù ci salva assumendo un corpo umano, Egli di noi condivide tutto, ma lo scopo vero di tutto è la trasformazione, la redenzione, la salvezza dell’uomo. Questo deve portarci a interrogarci su come viviamo anche noi il servizio, la solidarietà, la condivisione con i nostri fratelli. Se una persona ci chiede aiuto, certo dobbiamo pregare per lei, ma se ha bisogno di affetto o di aiuto economico o di vicinanza o di consigli concreti …non possiamo limitarci a dirle: “Ti ho pensato e ho pregato per te”. Basti pensare a due pagine del Vangelo: Lc 10, 25-37 e Mt 25,31-46. Vi esorto vivamente anche a meditare i passi delle lettere di san Paolo segnalate da padre Vanhoye.

In un certo senso, a questo tema dedico proprio le ultime pagine del Manuale (pp. 623-624).