Pensiero serale 29-08-2026

Stasera vi spedisco il commento di papa Benedetto al Vangelo di questa domenica. Buona parte delle sue riflessioni sono legate alla forte esperienza di un grande teologo (di cui vi ho già parlato in altre occasioni). Dal nome si potrebbe pensare che fosse italiano, ma in realtà era tedesco, quindi connazionale di Ratzinger (ma nato circa quarant’anni prima). Papa Benedetto non si riferisce, del resto, alla produzione teologica di questo sacerdote, ma piuttosto alla sua esperienza di fede e di vita.

«Cari amici,
il Vangelo di oggi continua e completa il Vangelo della domenica scorsa, al cui centro stava la confessione fondamentale sulla quale è costruito tutto il cristianesimo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo”. Questa è la parola essenziale, fondamentale della nostra vita. Dio non è più una cosa indovinata, appostata dietro le nuvole, Dio non è una realtà sconosciuta o conosciuta solo da esperienze parziali. Egli è presente in questo mondo, è il Figlio del Dio vivente e con Lui sappiamo come è Dio: non è una mescolanza di bene e di male, come molti immaginano, ma è il Buono, l’Amore. Così è Dio, il Dio che è con noi, presente nell’uomo Gesù Cristo.
Se è così, e questo è il fondamento della nostra vita, si pone subito la domanda: “Com’è? Se Dio è un uomo, com’è questo vivere la vita umana di Dio?”. Se noi dovessimo inventare una risposta, penseremmo che la vita divina, il modo divino di vivere l’essere umano, dovrebbe essere un po’ come quello dei grandi nel mondo; diciamo per esempio l’imperatore Augusto: tutto a sua disposizione, tutti che gli obbediscono, può avere tutto quanto, governa su tutto. Non è così. Forse anche Pietro si aspettava una cosa simile e perciò rimproverava Gesù sul messaggio della Croce; ma Gesù gli dice: “Non è così: vivere in modo divino la vita umana è soffrire, essere crocifisso, risorgere”.
Perciò la confessione cristiana non è completa con le sole parole di Pietro; si deve sempre aggiungere: “Nato dalla Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì ed è risorto”. Solo così abbiamo la piena confessione, che diventa anche una risposta alla domanda su come dobbiamo vivere noi. Perché noi vogliamo vivere in modo felice, vogliamo trovare il modo divino di vivere l’essere umano. Questa risposta, naturalmente, ci delude; ci mette davanti a tante questioni: “Com’è? Com’è quindi la vita cristiana?”. La risposta è la condizione della vita di Gesù, quindi: prendere la Croce e andare avanti.
Il Signore ci aiuta a comprenderlo meglio, traducendo questa realtà nella formula fondamentale, che descrive realmente l’essenza della vera vita. Egli dice: “Chi prende la sua vita per sé, la perde, e solo chi dà la vita, la trova”. Questa è la regola fondamentale, che è la regola dell’amore. E così vediamo che solo la Croce è la realizzazione radicale dell’amore: non prendere, ma dare. In tutti i santi dei due millenni della vita cristiana vediamo questo “non prendere, ma dare”; vediamo la bellezza, ma anche la Croce. Incominciando da san Paolo, poi san Francesco, santa Chiara, santa Elisabetta, fino ai grandi martiri del nostro secolo, vediamo come veramente la loro vita è grande perché hanno dato la vita, non l’hanno presa.
Il grande gesto del martire è solo un culmine: come vivere ogni giorno questa realtà? Ritorniamo alla parola del Signore: “Non prendere la vita, ma darla”. Per me è stato un grande aiuto leggere la storia della conversione di Romano Guardini, dove questa parola è la parola decisiva. La racconto brevemente. Guardini, cresciuto in una famiglia cattolica praticante, aveva imparato a praticare la fede, a cominciare la giornata con la preghiera, ad andare in chiesa, e così via. Ma da studente ̶ prima di chimica, poi di economia ̶ questa vita di preghiera diventava sempre più difficile, e un giorno capisce che la fede e la pace interiore non c’erano più. Inizialmente, prima di pregare l’orazione della mattina, aveva ancora cercato di ripetersi una dimostrazione dell’esistenza di Dio, ma alla fine vedeva che la fede non c’era più, perciò era rimasto triste e non sapeva che cosa fare.
Un giorno nel suo studio, nella sua camera trova questa Parola del Signore, quest’alternativa: dare o prendere, e capisce che l’alternativa può essere solo dare la vita; ma la questione è a chi, e come. Non posso darla genericamente a qualcuno per rimediare a qualcosa, ma devo avere un indirizzo concreto. Così capisce che “l’unico al quale posso veramente, essenzialmente, dare la vita è Dio”. Devo dare la vita a Dio. Ma chi è Dio? Posso fare facilmente una proiezione delle mie aspettative, ma con questo rimango al di fuori della realtà. Dio deve essere concreto, perché il mio sia realmente un dare vero. Quindi Dio si rivela in Cristo: solo se Dio è concreto in Cristo posso dare veramente la vita, come dice il Signore nel Vangelo, chiedendo di “perdere la vita per Me”.
Rimaneva ancora una questione. Anche Cristo può essere interpretato in modi diversi e alla fine ognuno lo interpreta a suo modo, e anche questo è di nuovo rimanere in sé e non dare la vita. Così ha capito qual era il terzo passo decisivo: “Cristo è concreto nella Chiesa cattolica, con il suo magistero, con la sua vita, e a questa realtà della Chiesa cattolica, nella quale incontro Dio in Cristo, devo dare la mia obbedienza, giorno per giorno nella mia vita”.
In questo modo, lui ha trovato la strada della sua vita: in umiltà e obbedienza voleva dare se stesso a Dio, in Cristo, nella Chiesa, nella Chiesa cattolica, e così perdere la sua vita e trovarla. Ha perso e ha trovato. Questa è anche per noi sempre la nuova sfida: dare la vita non a un ideale, ma a Dio, che mi incontra in modo concreto nella Chiesa cattolica, giorno per giorno.
Il grande gesto del martirio cresce in questa bellezza dell’umiltà quotidiana e proprio così possiamo imparare a dare la vita e trovare la vita. Sant’Agostino una volta ha detto: “Nel grande giardino di Dio non ci sono solo le meravigliose rose rosse del martirio, ci sono anche fiori modesti, violette, margheritine, e tutti contribuiscono alla bellezza della sua vita” (AGOSTINO D’IPPONA, Discorso 304, 14: “Il bel giardino del Signore, o fratelli, possiede non solo le rose dei martiri, ma anche i gigli dei vergini, l’edera di quelli che vivono nel matrimonio, le viole delle vedove. Nessuna categoria di persone deve dubitare della propria chiamata: Cristo ha sofferto per tutti. Con tutta verità fu scritto di lui: ‘Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati, e arrivino alla conoscenza della verità’ (1Tm 2,4)”.) Ognuno di noi ha la sua vocazione, ma tutti insieme vogliamo dare, giorno per giorno, con umiltà e semplicità, nella Chiesa cattolica, la nostra vita al Signore.
Preghiamo, che ci illumini sempre e così ci aiuti, dando la vita, a trovarla. Amen!» (BENEDETTO XVI, Omelia, 31-8-2014, in «Dio è la vera realtà». Omelie inedite 2005-2017. Tempo ordinario, Libreria Editrice Vaticana 2025, pp. 263-266).

Credo che sia importante riflettere sul Cristianesimo come esperienza concreta e non solo come fede e come preghiera. San Pietro era riuscito a capire (Vangelo di domenica scorsa) chi era Gesù, ma di Gesù, in realtà, non aveva capito ancora nulla, tanto da meritarsi da parte di Gesù il rimprovero più terribile: “satana” (Mt 16,23). Mi ha colpito molto la frase seguente: «vogliamo trovare il modo divino di vivere l’essere umano».
Preferisco darvi nei prossimi giorni altre mie riflessioni perché l’omelia di papa Ratzinger è già molto impegnativa.